di Enrico Oliari

Nuovo tentativo di cessate-il-fuoco tra Thailandia e Cambogia, dopo mesi di scontri al confine specialmente nella Regione dei templi, costati la vita a decine di persone e soprattutto lo sfollamento di quasi un milione di residenti.

Alla base delle violenze vi sono confini non certi, stabiliti in modo non chiaro in epoca coloniale francese, ma anche i molti interessi economici in quello che è un crocevia strategico per le rotte economiche e per i traffici, legali e illeciti, del Sud-est asiatico. Prova ne è il fatto che, nonostante si tratti di un conflitto minore rispetto ad altri, a muoversi sono state le grandi potenze, dagli Usa alla Cina, con l’obiettivo comune di tenere stabilizzata l’area.

Fin dal luglio scorso le provocazioni si sono tradotte in bombardamenti aerei e colpi di artiglieria, ma poi era stato il presidente Usa Donald Trump ad appoggiare l’iniziativa diplomatica della Malesia per cercare, con scarso successo, di riportare i contendenti alla ragione minacciando o togliendo dazi.

La ripresa degli scontri era stata pressoché immediata, fino alla sottoscrizione di oggi da parte dei ministri della Difesa della Cambogia, Tea Seiha, e della Thailandia, Nattaphon Narkphaint del cessate-il-fuoco immediato, a partire dalle ore 12.00 locali. L’accordo riguarda lo stop all’impiego di “tutti i tipi di armi, inclusi attacchi contro civili, obiettivi e infrastrutture civili e obiettivi militari di entrambe le parti, in tutti i casi e in tutte le aree”. Il confine tra le due nazioni è di 817 chilometri.

A lavorare per il cessate-il-fuoco è stata in particolar modo l’Asean, l’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico di cui fanno parte sia la Cambogia che la Thailandia, ma è scontata la regia cinese, tant’è che a breve si incontreranno i ministri degli Esteri Prak Sikhonn (Cambogia), Sihasak Phuangketkeow (Tahilandia) e Wang Yi (Cina) per iniziare a dirimere le questioni alla base del conflitto stesso.

L’accordo per il cessate-il-fuoco prevede anche l’assistenza umanitaria ai civili, lo scambio dei prigionieri, lo stop alla violazione dei rispettivi spazi aerei, la cooperazione per lo sminamento, la cooperazione contro i crimini internazionali (come le frodi on line), la condivisione delle informazioni per il contrasto dei reati transnazionali, e il rientro degli sfollati.