The Last 20, ‘La povertà è globale e riguarda tutti’

La strada per combattere fame, povertà, disuguaglianze parte proprio dai Paesi più poveri. Il bilancio di The Last 20. Nasce l'osservatorio “L20 International Outlook”.

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Si è chiusa ieri la tappa romana della rassegna “The Last 20”, una tre giorni di incontri alla facoltà di Lettere dell’Università Tor Vergata che ha visto alternarsi oltre 40 relatori (studiosi, attivisti, politici, giornalisti) sui temi di povertà, insicurezza alimentare, condizione femminile. L’obiettivo di The Last 20 è quello di proporre un altro sguardo sul nostro Pianeta, una prospettiva nuova che, osservando le aree più marginali e fragili, ci permetta di misurare la temperatura sociale, economica e ambientale del mondo e di immaginare una strada per uscire dalle crisi globali.
Una visione diversa da quella mainstream: “I Paesi ‘poveri’ non sono nati così, ma si sono impoveriti, mentre i Paesi ricchi si sono arricchiti a danno di altri, grazie a schiavismo, colonialismo, furto di terre e acqua, sfruttamento economico e di risorse”, ha ricordato Cinzia Scaffidi, giornalista e docente all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Per monitorare queste dinamiche nascerà anche un osservatorio permanente, “L20 International Outlook”.

“The Last 20” è stato un evento unico, con panel di ampio respiro, con la presenza trasversale di relatori espressione dei Paesi Last 20, i venti Paesi più impoveriti del Pianeta secondo le statistiche internazionali e i principali indicatori socio-economici e ambientali, di studiosi e di attivisti delle organizzazioni italiane. Numerosi gli interventi di cittadini e rappresentanti, ad esempio, di Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Guinea, Libano, Mali, Mozambico (l’elenco completo in calce al comunicato).
I focus più importanti si sono concentrati su fame e insicurezza alimentare, povertà e condizione femminile, con particolare attenzione alle zone più “calde” del Pianeta, come l’Africa ma anche l’Afghanistan e il Libano, dove la tempesta perfetta di clima e contingenze politiche, economiche e militari rischia di provocare nuovi disastri umanitari.

Riccardo Petrella, noto studioso, professore emerito all’Università di Lovanio, ha aperto tratteggiando così le cause della povertà nei Paesi Last 20 e in tanti altri. “Se c’è fame nel mondo, se ci sono popoli che non hanno accesso all’acqua, è anche una questione di consapevolezza: in pochi sanno, ad esempio, che l’acqua è entrata in borsa. Siamo infatti dominati, anche dal punto di vista dell’informazione, da gruppi sociali il cui interesse è finanziarizzare e privatizzare non solo l’economia ma la vita stessa. Se le persone hanno fame, in sintesi, è perché c’è una società ingiusta, perché esistono, ad esempio, i brevetti sulle sementi, non perché non ci siano derrate sufficienti. Così come se non c’è una sanità uguale per tutti è anche perché esistono i brevetti sui farmaci e, oggi, sui vaccini, non perché manchino medicinali o medici”. Precisa Petrella: “La privatizzazione della conoscenza è forse lo strumento più potente che le società occidentali e chi le domina, ovvero i possessori di capitale e segnatamente di capitale finanziario, hanno per mantenere il potere. Non a caso il ‘vangelo’ dei dominanti è la fede nella tecnologia, grazie alla quale possono controllare e imporre la propria governance, il proprio punto di vista economico e la tirannia del ‘potere d’acquisto’. Una forma in fondo, anche questa, di patriarcato, mentre i poveri restano “fuori mercato”.
Non è il solo problema urgente per il presente e per il futuro. La fame non aspetta. Viviamo, in particolare chi abita nei Paesi Last 20, in un mondo sempre più caldo e siccitoso, in un mondo sempre più sovrappopolato, in un mondo con un numero di conflitti sempre più alto, con enormi squilibri.
The Last 20 ha affrontato i problemi da una pluralità di prospettive e di voci. Tra le più autorevoli sul tema, Lilia Ghanem, libanese, direttore de L’Ecologist per l’area del Medio Oriente nei suoi interventi ha fatto inoltre notare che due persone su tre “affamati” vivono in un Paese in guerra, e che la fame stessa è diventata una strategia di guerra, un modo per colpire le popolazioni.

Le soluzioni ai problemi di insicurezza alimentare, ricchi di paradossi, è anch’essa plurale. Prima di tutto la riduzione degli sprechi: la FAO afferma che il 14 per cento del cibo prodotto in agricoltura non viene nemmeno distribuito, ma spesso le soluzioni per non perdere i prodotti tra campo e rivendita sono semplici, esperienziali, con tecnologie accessibili. In secondo luogo la battaglia contro le sementi “proprietarie” e le monocolture, che finiscono per mettere in ginocchio i piccoli contadini, non a caso tra le categorie che paradossalmente soffrono di più la fame. Il focus sull’agricoltura ha visto confrontarsi diverse esperienze sul terreno dell’agroecologia, vista come strada maestra: quella ad esempio di ROPPA, Réseau des organisations paysannes et des producteurs agricoles de l’Afrique de l’Ouest che riunisce organizzazioni di piccoli agricoltori in 13 Paesi con l’obiettivo di difendere e promuovere le aziende agricole familiari, principale sistema di produzione dell’Africa occidentale. e quella della storica cooperativa Iris Bio di Calvatone (CR), un modello collettivo di rete contadina.
Non meno importante rendere efficaci le forme di aiuto allo sviluppo: un vivace dibattito su cooperazione internazionale e Commercio Equo e Solidale ha ricordato che per cambiare le condizioni nei Paesi L20 bisogna intervenire non con politiche neo-coloniali, fatte con le migliori intenzioni, ma privilegiando in ogni modo l’empowerment delle comunità locali.

La domenica è stata tutta dedicata alla condizione femminile nei L20 e segnatamente in Afghanistan.
Il tavolo coordinato da Lorena di Lorenzo dell’associazione “Binario 15” e Antonella Garofalo del Coordinamento italiano di sostegno alle donne afghane (Cisda) ha raccolto le testimonianze di donne impegnate sui temi della giustizia economica e sociale. “Le donne afghane -ha detto in particolare Huma Saeed, criminologa e accademica afghana dell’Università di Lovanio in Belgio, da anni attivista per i diritti umani- non vogliono più tornare indietro, ma saranno costrette ad affrontare una realtà durissima. Tutti i segnali dicono che l’Afghanistan diventerà un’altra Arabia Saudita”. Saeed ha ricordato che le donne “quanto e forse più degli uomini sono vittime dei conflitti, e che oltretutto non vengono mai consultate nel corso del processo di pace” e ha poi rivendicato sia il ruolo di chi coraggiosamente in patria manifesta per i propri diritti e per il rispetto della Costituzione afghana, sia dei profughi afgani all’estero, soprattutto giornalisti e altri intellettuali, che grazie ai propri contatti possono essere “occhi e orecchie” del mondo e fare controinformazione in un Paese dove non esistono più media liberi. Fatema, rifugiata afghana, ha testimoniato con commozione: “Soffriamo per le donne coraggiose che lottano per i loro diritti, perché sappiamo che il loro coraggio viene dalla consapevolezza di non aver più nulla da perdere. Oggi non dormo perché temo che il mio desiderio di un Afghanistan libero resti solo un sogno. Ma non posso comunque tacere”. L’impegno è trovare le modalità, con riguardo ai Last 20, di superare la doppia discriminazione di cui soffrono le donne, in quanto donne e in quanto nate in Paesi impoveriti e con forti disuguaglianze sociali e di genere.

Come affrontare tutto questo? In primis con la conoscenza dei problemi.

Fin dalle prossime tappe il comitato Last 20 ha deciso di lavorare per creare una task force con l’obiettivo di mettere assieme le conoscenze, le nozioni scientifiche e le professionalità dei Last 20 e delle realtà a loro vicini e di analizzare le problematiche di questi Paesi nella prospettiva di trovare ipotesi di soluzioni.
Per questo, su proposta di Ugo Melchionda, Coordinatore di Grei250 e Corrispondente italiano OCSE per l’International Migration Outlook, si costituirà un osservatorio permanente, detto “L20 International Outlook”- e ogni anno sarà rilasciato un “Report L20,” che monitori nel tempo la situazione di quei Paesi, le crisi in corso e i possibili cambiamenti. Sarà un gruppo di lavoro plurale, per la presenza di diverse nazionalità e culture, insieme a centri di ricerca, Ong, enti locali, nazionali, organizzazioni internazionali. “È necessario un mutamento di sistema – ribadisce in conclusione il coordinatore del comitato Tonino Perna, – che faccia leva sulla visione, la cultura, l’intelligenza, le esperienze, le competenze misconosciute delle popolazioni dei Paesi cosiddetti ultimi”.

Prossime tappe in Abruzzo e Molise, dal 17 al 20 settembre, a Milano dal 24 al 26 settembre e a Santa Maria di Leuca all’inizio di ottobre.