di Giuseppe Gagliano –
Centinaia di sostenitori del presidente tunisino Kais Saied si sono radunati davanti in questi giorni alla sede dell’Unione Generale Tunisina del Lavoro (UGTT), chiedendone la sospensione dopo lo sciopero nazionale dei trasporti che aveva paralizzato il Paese per tre giorni. La manifestazione, organizzata con slogan diretti come “il popolo vuole che il sindacato venga sospeso”, ha messo in luce il crescente attrito tra l’esecutivo e una delle ultime grandi organizzazioni indipendenti della società civile.
L’UGTT, storicamente protagonista nella transizione democratica post-2011, aveva inizialmente sostenuto Saied nella decisione di chiudere il Parlamento nel 2021. Tuttavia, si è successivamente opposta alle misure di concentrazione del potere: governo per decreto, sospensione del Consiglio superiore della magistratura, epurazioni nella magistratura. Oggi è considerata un ostacolo politico, soprattutto per la sua capacità di mobilitare settori strategici come i trasporti.
Per Saied mettere sotto pressione l’UGTT significa ridurre la capacità di organizzazione della protesta in vista di un consolidamento del potere personale. Per il sindacato, difendere la propria autonomia è una questione di sopravvivenza politica. In un contesto in cui il Parlamento è sospeso e i contrappesi istituzionali sono indeboliti, il sindacato rappresenta uno degli ultimi spazi di opposizione strutturata.
Lo sciopero nazionale dei trasporti ha avuto un impatto immediato su logistica, commercio interno e mobilità della forza lavoro. In un Paese già provato da un’inflazione alta, disoccupazione giovanile persistente e crescente dipendenza da aiuti esterni (in particolare dal FMI), ogni blocco settoriale si traduce in perdita di produttività e peggioramento del clima d’investimento. Colpire l’UGTT significa anche inviare un segnale alle forze economiche: il governo è pronto a limitare le azioni sindacali, ma il costo reputazionale internazionale potrebbe essere elevato.
La Tunisia, percepita dall’Europa come “cuscinetto” nel contenimento dei flussi migratori, si trova in un momento delicato. Un’escalation interna tra governo e UGTT potrebbe indebolire la capacità del Paese di onorare accordi di cooperazione economica e di sicurezza. I partner occidentali, pur preoccupati dalla deriva autoritaria, tendono a mantenere un canale privilegiato con Saied per questioni migratorie e di antiterrorismo. Tuttavia, un conflitto sociale prolungato rischia di alimentare instabilità e aumentare la pressione migratoria verso le coste europee.
L’UGTT non è solo un sindacato: è un attore politico e sociale che, negli anni, ha saputo costruire una legittimità storica. Colpirla significa tentare di ridefinire i confini della partecipazione pubblica, riducendo il margine di pluralismo in un sistema che, già oggi, presenta forti elementi di accentramento. La piazza del 7 agosto, con manifestanti e contromanifestanti separati dalla polizia, fotografa un Paese polarizzato in cui il dissenso rischia di essere confinato o criminalizzato.
A breve termine, lo scontro si giocherà sulla capacità dell’UGTT di mantenere la mobilitazione senza cadere nella trappola della repressione, e sulla volontà del governo di evitare una rottura definitiva. A medio termine, l’esito di questa partita determinerà se la Tunisia resterà un laboratorio di democrazia in Nord Africa o se scivolerà verso un autoritarismo consolidato, con forti ricadute sulla sua economia e sul ruolo strategico che ricopre per l’Europa.




