di Giuseppe Gagliano –
La decisione del governo tunisino di abolire i congedi sindacali per i dipendenti pubblici non è un semplice provvedimento amministrativo. È un atto politico che segna un nuovo livello nello scontro tra le autorità e l’Unione Generale Tunisina del Lavoro (UGTT), storico sindacato che dal 2011 rappresenta una delle colonne portanti della società civile e della fragile democrazia del Paese.
Il congedo sindacale, introdotto fin dagli anni Cinquanta, permetteva a dirigenti e rappresentanti dei lavoratori di dedicarsi esclusivamente all’attività sindacale, senza perdere stipendio e posizione. Per il governo di Sara Zaafrani Zenzari, si tratta invece di un privilegio illegittimo, un costo insostenibile per i bilanci pubblici. La circolare che revoca le autorizzazioni obbliga migliaia di sindacalisti a rientrare al lavoro, pena sanzioni amministrative e legali.
La mossa arriva dopo settimane di tensione: attacchi alla sede centrale del sindacato, proteste di piazza, accuse di corruzione. L’UGTT, che inizialmente aveva appoggiato il presidente Kais Saied nella chiusura del Parlamento nel 2021, si è poi schierata contro la sua progressiva concentrazione di potere. Da allora è diventata un bersaglio politico. Lo scontro è ormai frontale: da una parte un presidente che governa per decreti, ha riscritto la Costituzione e accentra sempre più potere; dall’altra, un sindacato che si erge a baluardo della società civile contro quella che molti definiscono una deriva autoritaria.
Sul piano economico, la decisione ha un duplice significato. Da un lato, ridurre il peso sul bilancio statale, gravato da deficit cronici e dalla pressione del Fondo Monetario Internazionale. Dall’altro, colpire l’UGTT proprio sul terreno che più le garantisce forza: la capacità di mobilitare i lavoratori del settore pubblico, spina dorsale del Paese. Se i sindacalisti torneranno dietro le scrivanie, la loro influenza politica potrebbe ridursi. Ma lo scenario opposto è altrettanto plausibile: un sindacato privato dei suoi strumenti tradizionali potrebbe radicalizzare la protesta, fino a ricorrere allo sciopero generale.
La crisi tunisina non è isolata. L’Europa, che vede nella Tunisia un partner cruciale per la gestione dei flussi migratori e la stabilità mediterranea, osserva con crescente preoccupazione. La fragilità economica e politica del Paese rischia di trasformarlo in un nuovo focolaio di instabilità nordafricana. Per l’Italia e la Francia, in particolare, una Tunisia in preda al caos significherebbe flussi migratori crescenti e maggiore spazio per reti criminali e jihadiste.
Il conflitto tra governo e UGTT va oltre la questione dei congedi sindacali. È un braccio di ferro sul futuro della Tunisia, tra un presidente che concentra poteri mai visti dalla caduta di Ben Ali e una forza sociale che, pur indebolita, conserva radici profonde nel tessuto del Paese. Da questa sfida dipenderà se la Tunisia imboccherà definitivamente la strada dell’autoritarismo o riuscirà a preservare, pur tra mille difficoltà, lo spirito della rivoluzione del 2011.




