di Giuseppe Gagliano –
Nella città di Gabes, nel sud della Tunisia, la rabbia dei cittadini è esplosa in uno sciopero generale che ha paralizzato l’intera vita economica e sociale. Migliaia di persone sono scese in piazza chiedendo la chiusura di un impianto chimico statale che da decenni scarica nell’aria e nel mare sostanze tossiche e radioattive. È una storia che affonda le radici nel 1972, quando l’impianto per la lavorazione dei fosfati fu inaugurato per dare impulso all’economia nazionale. Oggi, invece, rappresenta per molti un simbolo di abbandono e di “assassinio ambientale”, come lo ha definito il presidente Kais Saied.
Gli effetti dell’inquinamento sono visibili: centinaia di ricoveri per problemi respiratori, casi crescenti di cancro, bambini intossicati, un mare impoverito. Le polveri e i gas emessi dall’impianto, tra cui il fosfogesso, contenente elementi radioattivi, contaminano aria, suolo e falde acquifere. Le conseguenze sanitarie sono tali da spingere il governo ad annunciare la costruzione di un ospedale oncologico nella città, un segnale percepito però dagli abitanti come una risposta tardiva e insufficiente. La popolazione chiede la chiusura dell’impianto, non nuove strutture per curare i danni prodotti.
Al centro della tensione si trova un conflitto irrisolto tra due priorità strategiche: la salute pubblica e l’economia nazionale. I fosfati sono infatti uno dei pilastri economici della Tunisia, e il governo punta ad aumentarne la produzione da 3 a 14 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030. È un progetto industriale che contrasta con le promesse di riconversione ambientale fatte nel 2017 e mai mantenute. Le autorità, invece di ridurre l’impatto ambientale, hanno intensificato i piani di espansione, alimentando la sfiducia popolare.
Lo sciopero di ieri è stato il punto più alto di un movimento nato dal basso e sostenuto dalla potente Union Générale Tunisienne du Travail. Gli slogan scanditi dai manifestanti, “Gabes vuole vivere”, “Respirare è un diritto”, raccontano una società stremata. La risposta delle forze di sicurezza è stata dura: gas lacrimogeni, arresti e accuse di violenze da parte dei manifestanti. Il portavoce della Guardia Nazionale ha parlato di molotov e saccheggi, mentre gli attivisti denunciano un tentativo di criminalizzare una protesta legittima.
La crisi di Gabes non è solo un problema locale. La Tunisia, già fragile economicamente e politicamente, è sotto pressione per rilanciare i settori strategici e attirare capitali stranieri. Il governo ha avviato contatti con aziende cinesi per gestire le scorie dell’impianto, un passo che apre il dossier della sovranità industriale e ambientale. Affidare a partner esterni la gestione dei rifiuti significa rinunciare a una parte del controllo strategico su un settore chiave, con implicazioni geopolitiche e di sicurezza ambientale.
Gabes è una città emarginata, poco rappresentata politicamente e lontana dai centri di potere di Tunisi. Le promesse di investimenti si sono tradotte in poche opere concrete. L’inquinamento ha ridotto drasticamente la pesca e colpito le comunità costiere, aggravando disoccupazione e povertà. Lo sciopero generale non è dunque soltanto un grido per la salute, ma anche per la dignità e per un futuro economico alternativo a quello basato sull’industria chimica pesante.
Per il presidente Saied, questa crisi è un banco di prova cruciale. Da un lato, la pressione sociale chiede soluzioni radicali; dall’altro, le esigenze economiche e le promesse di rilancio del settore dei fosfati impongono compromessi difficili. La risposta politica a Gabes determinerà non solo il destino della città, ma anche la credibilità del governo nel coniugare sviluppo economico e giustizia ambientale in un paese attraversato da tensioni sociali profonde.












