di Giuseppe Gagliano –
In un’operazione antiterrorismo condotta a Feriana, nei pressi di Kasserine, è stato ucciso il militante jihadista Seddik El-Abidi, ricercato da tempo. Nel conflitto a fuoco è morto il poliziotto Marouane Kadri. Il fatto racconta una realtà meno rassicurante delle dichiarazioni ufficiali: la minaccia jihadista non è stata estirpata, è stata solo contenuta. Le autorità parlano di intervento preventivo, ma il contesto dimostra quanto il confine tra prevenzione e reazione resti fragile in una regione che continua a produrre instabilità.
La zona montuosa di Kasserine, al confine con l’Algeria, resta uno spazio grigio dello Stato. Qui si concentrano traffici, reti clandestine e sacche di radicalizzazione che affondano le radici nella marginalizzazione economica e sociale. Non è un caso che proprio da queste aree provengano figure come El-Abidi, militante di Katibat Jund al-Khilafa, affiliata allo Stato Islamico. La sua lunga attività dimostra che l’apparato jihadista tunisino, pur ridimensionato, conserva capacità operative e una conoscenza profonda del territorio.
Dal 2011 in poi, la Tunisia ha pagato un prezzo altissimo alla destabilizzazione regionale. Attacchi contro forze armate, polizia, civili e turisti hanno minato la fiducia nello Stato e colpito settori vitali come il turismo. Le operazioni di rastrellamento hanno ridotto la pressione jihadista, ma non ne hanno eliminato le cause strutturali. La sicurezza resta inseparabile dalla crisi economica, dalla disoccupazione giovanile e dalla percezione di abbandono delle regioni interne.
Il presidente ha ribadito la necessità di agire con rapidità e coordinamento, ponendo sicurezza e sovranità al centro dell’azione statale. Il suo discorso va oltre il terrorismo armato e introduce una nozione più ampia di minaccia: quella economica e sociale. L’idea che “affamare la popolazione” sia una forma di terrorismo rivela una lettura politica del problema, in cui la sicurezza non è solo ordine pubblico ma controllo delle dinamiche economiche e della distribuzione delle risorse.
Il rischio, però, è che l’accento quasi esclusivo sulla dimensione securitaria produca un effetto boomerang. La lotta al jihadismo richiede intelligence, coordinamento regionale e capacità militare, ma senza una strategia di sviluppo rischia di restare un’azione tampone. La Tunisia si trova davanti a un bivio: rafforzare lo Stato nelle sue periferie con investimenti e inclusione oppure continuare a presidiare il territorio solo con le forze armate.
L’operazione di Feriana mostra uno Stato che reagisce, ma anche un Paese che non ha ancora chiuso i conti con il proprio “decennio nero”. Finché Kasserine resterà una periferia dimenticata, il terrorismo continuerà a riaffacciarsi sotto forme diverse. La sicurezza, in Tunisia, non è una condizione acquisita: è una tregua armata, continuamente messa alla prova da fragilità interne e pressioni regionali.




