di Giuseppe Gagliano –
La convocazione dell’ambasciatore UE da parte di Kais Saied è l’ennesimo segnale di una Tunisia che usa la politica estera come prolungamento della propria crisi interna. Il pretesto ufficiale riguarda presunte violazioni del protocollo diplomatico, ma la sostanza è un’altra: Saied non tollera che un rappresentante europeo incontri l’UGTT, l’unico contrappeso reale alla sua gestione sempre più autoritaria del potere. È una reazione nervosa, quasi istintiva, che tradisce debolezza più che forza.
Il sindacato, premiato con il Nobel nel 2015, è uno dei pochi attori capaci di mobilitare il Paese. I suoi scioperi, le proteste crescenti e il sostegno ai lavoratori colpiti dall’inflazione rappresentano una minaccia diretta per un presidente che, dal 2021, governa accentrando i poteri e colpendo senza distinzione oppositori politici, giornalisti, magistrati e attivisti. Non stupisce che Saied percepisca ogni gesto di legittimazione esterna verso l’UGTT come un affronto personale.
La situazione economica, intanto, peggiora. L’inflazione erode salari già deboli, i beni alimentari diventano un lusso, le classi medie si assottigliano. E quando un governo non ha soluzioni, spesso sceglie il bersaglio più semplice: chi lo critica. Gli arresti di figure politiche, avvocati, professori universitari e giornalisti indicano una strategia chiara: annientare il pluralismo prima che la crisi sociale travolga il regime.
Sul piano geopolitico, questa rigidità mette l’UE in una posizione scomoda. Bruxelles ha investito molto nella stabilità tunisina, soprattutto per ragioni legate a migrazione ed energia. Ma ogni volta che prova ad avere un ruolo politico, Saied reagisce con ostilità, come se la Tunisia potesse permettersi l’isolamento in un momento in cui il Paese ha bisogno di finanziamenti, investimenti e sostegno tecnico.
Il rischio è evidente: se la Tunisia scivola verso un autoritarismo più profondo, l’Europa perderà un partner chiave nel Mediterraneo e si ritroverà esposta a nuove onde migratorie, instabilità regionale e interferenze di altri attori, come Russia e Turchia, già pronti a riempire il vuoto.
Le proteste che attraversano il Paese mostrano un malcontento trasversale come non si vedeva da anni. Ma Saied, chiuso nel suo Palazzo di Cartagine, continua a rispondere con un mix di repressione e nazionalismo, convinto che la forza basti a governare. La storia recente della Tunisia dice il contrario: ogni volta che il potere ha tentato di ignorare la società, la società è tornata a presentare il conto.












