di Ghazy Eddaly –
Una delle caratteristiche della Primavera Araba tunisina è stata quella di riattivare un centinaio di giornalisti forzatamente disoccupati, incarcerati o semplicemente costretti a tessere le lodi dell’”uomo dei cambiamenti”, cioè del presidente Ben Alì. Ha quindi dato un senso al concetto di “libertà di espressione” in un paese che ha vissuto decenni all’ombra di un regime dittatoriale, dove ha imperversato in ogni settore la corruzione, per cui pochi giornalisti e pochi uomini influenti hanno avuto la forza e il coraggio di parlare.
Dopo la Rivoluzione per i tunisini è sorto il sole e si è potuto respirare profondamente la libertà di espressione, per cui in molti sono entrati nel mondo dei media e della stampa: un’era nuova, se si pensa che fino ad allora solo chi apparteneva al clan di Ben Alì poteva ottenere il permesso di aprire un mezzo di comunicazione.
Dopo tre anni di libertà, di consistenti investimenti e di impegno, l’Alta Autorità indipendente per la comunicazione, fondata il 3 maggio 2013 per riorganizzare il settore dei mass media tunisini e per proteggere la liberta d’espressione, ha scioccato e generato timore con la decisione di chiudere 6 fra radio e tv private, adducendo la scusante che non sarebbe stata rispettata la legge sull’organizzazione del settore o che gli editori non possedevano permessi in regola per operare.
La tv al-Zitouna, ad esempio, è stata avvertita di aver tempo cinque giorni per rimettersi a posto su alcuni punti tra i quali allontanare Osama Ben Salem, membro della “Shura” (comitato direttivo) del partito islamico-moderato Ennahda e figlio di Moncef Ben Salem, ministro dell’Istruzione superiore del governo Jebali, precedente a quello attuale guidato da Mehdi Jomaa: gli è stato contestato il fatto che il primo responsabile di un media non può avere anche un ruolo politico, cosa a dire il vero del tutto tollerata presso altri canali televisivi.
Secondo il giornalista Bessem Ben Dhaou, dipendente di al-Zitouna e corrispondente per Notizie Geopolitiche, esiste oggi in Tunisia la volontà politica di mettere un bavaglio alla libertà di espressione chiudendo i canali televisivi e i media non conformi al potere, ovvero di lasciare spazio solo a determinati media.
Ben Dhaou avverte che tale ingiustizia, del tutto in controtendenza con lo spirito rivoluzionario, provocherà una grave disoccupazione fra gli addetti del settore, specie fra i giovani giornalisti.












