Turchia. BYD congela l’investimento, Ankara teme il boomerang industriale

di Giuseppe Gagliano –

L’annunciato investimento da un miliardo di dollari della cinese BYD in Turchia rischia di trasformarsi da successo politico a fonte di imbarazzo per il governo di Recep Tayyip Erdogan. A Manisa, nell’ovest del Paese, il terreno destinato a ospitare il nuovo stabilimento del colosso dell’auto elettrica resta infatti inutilizzato, mentre l’azienda ha deciso di concentrare le proprie priorità produttive sul sito ungherese di Szeged.
Il progetto prevedeva la costruzione di una fabbrica capace di produrre fino a 150 mila veicoli elettrici e ibridi ricaricabili all’anno, accompagnata da un centro di ricerca e sviluppo e dalla creazione di circa 5 mila posti di lavoro. L’entrata in funzione dell’impianto era prevista entro la fine del 2026, ma la sospensione dei lavori ha alimentato crescenti interrogativi ad Ankara.
La questione assume una dimensione politica oltre che economica. Per attirare BYD, la Turchia aveva offerto incentivi, agevolazioni fiscali e condizioni favorevoli a un gruppo considerato strategico per lo sviluppo della mobilità elettrica. Se l’investimento dovesse subire ulteriori ritardi o essere ridimensionato, il governo turco rischierebbe di aver concesso vantaggi commerciali senza ottenere in cambio produzione industriale, occupazione e trasferimento tecnologico.
Per Ankara il caso è particolarmente delicato perché coinvolge uno dei pilastri della strategia economica di Erdogan: la trasformazione della Turchia in una potenza manifatturiera e tecnologica capace di attrarre investimenti internazionali e sviluppare produzioni ad alto valore aggiunto.
Dal canto suo, BYD sembra aver scelto una strategia diversa. L’azienda deve affrontare le nuove barriere commerciali europee contro i veicoli elettrici prodotti in Cina e considera prioritario consolidare la propria presenza nell’Unione Europea attraverso l’impianto ungherese. Budapest continua infatti a rappresentare uno dei principali punti di accesso della Cina al mercato europeo grazie a una politica favorevole agli investimenti cinesi.
La posizione della Turchia appare più complessa. Pur disponendo di una forte industria automobilistica, di costi del lavoro competitivi e dell’unione doganale con l’Unione Europea, Ankara non offre lo stesso livello di integrazione diretta nel mercato comunitario garantito dall’Ungheria.
La vicenda evidenzia anche la crescente importanza geopolitica della filiera dell’auto elettrica. Batterie, software, materie prime critiche, componentistica elettronica e infrastrutture di ricarica rappresentano oggi asset strategici nella competizione economica globale. Per la Turchia, ospitare uno stabilimento BYD avrebbe significato inserirsi in una delle catene industriali più importanti del prossimo decennio.
Per la Cina, invece, gli investimenti all’estero consentono di rafforzare la presenza sui mercati internazionali riducendo l’impatto di dazi e restrizioni commerciali. Ogni nuovo impianto produttivo diventa così uno strumento di proiezione economica e di consolidamento dell’influenza industriale cinese.
Il rallentamento del progetto di Manisa mette quindi in evidenza una delle principali sfide della politica economica turca: attrarre investimenti stranieri senza trasformarsi in un semplice mercato di sbocco. Il governo potrebbe valutare misure correttive o pressioni su BYD per ottenere garanzie più concrete sui tempi di realizzazione dell’impianto.
Nel frattempo, la fabbrica che avrebbe dovuto rappresentare uno dei simboli della nuova industria turca rimane un progetto sulla carta. Un segnale che, nell’attuale competizione geoeconomica globale, gli investimenti annunciati contano meno di quelli effettivamente realizzati.