di Giuseppe Gagliano –
Interpol nasce per coordinare la lotta contro il crimine transnazionale, non per inseguire avversari politici. Eppure, negli ultimi dieci anni, il governo turco ha trasformato questo strumento in un’estensione della propria repressione interna. Giornalisti, militanti, rifugiati politici sono stati schedati come terroristi, arrestati all’estero, detenuti e stigmatizzati sulla base di accuse prive di fondamento penale.
Il caso del giornalista Akin Olgun è emblematico. Rifugiato nel Regno Unito e cittadino britannico, viene arrestato in Grecia nel 2022 sulla base di un avviso di ricerca internazionale fondato su accuse di terrorismo vecchie di decenni. Solo nel 2024 il suo nome viene rimosso dagli archivi, quando Interpol riconosce il carattere politico del dossier. Troppo tardi per cancellare il danno personale, reputazionale e professionale.
La svolta avviene dopo il fallito golpe del 2016. Il potere turco avvia una vasta epurazione contro presunti simpatizzanti del movimento di Fethullah Gülen, chiudendo media, arrestando oppositori e criminalizzando ogni forma di dissenso. Le richieste di avvisi di cattura internazionale aumentano in modo massiccio, spesso con accuse vaghe o costruite.
Parallelamente Ankara cancella centinaia di migliaia di passaporti e inserisce migliaia di documenti nella banca dati internazionale sui titoli di viaggio rubati o invalidi. Questo permette di bloccare cittadini turchi alle frontiere di mezzo mondo, trasformando un atto amministrativo in uno strumento di persecuzione globale. Interpol interviene rimuovendo decine di migliaia di documenti, ma la pratica non si arresta del tutto.
Tra il 2016 e il 2021, Interpol respinge centinaia di richieste turche giudicate di natura politica. Nel 2021 introduce misure correttive e rafforza la sorveglianza sull’uso degli strumenti di cooperazione da parte di Ankara. Tuttavia, meno di tre anni dopo, tali misure vengono revocate, nonostante documenti interni continuino a segnalare un alto tasso di non conformità.
Il caso di Yaser Ornek, rifugiato in Svizzera e arrestato in Germania per presunti legami con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, mostra quanto il sistema resti permeabile ad abusi politici. Anche qui, la cooperazione di polizia internazionale diventa un moltiplicatore di repressione nazionale.
Un’ulteriore evoluzione riguarda l’uso di accuse costruite ad hoc per rendere credibili le richieste di arresto. Nel caso del giornalista Levent Kenez, rifugiato in Svezia, le autorità turche avrebbero tentato di sostituire il movente politico con imputazioni comuni, come la violazione della normativa sui dati personali. È la trasformazione della persecuzione politica in un’apparente questione penale.
L’uso distorto di Interpol non è un’anomalia isolata, ma parte di una strategia più ampia di proiezione di potere extraterritoriale. La Turchia utilizza le reti della cooperazione internazionale per controllare la diaspora, intimidire l’opposizione e rafforzare la propria narrativa securitaria.
Questo indebolisce la credibilità delle istituzioni multilaterali e crea un precedente per altri regimi autoritari, favorendo un mondo in cui la cooperazione giudiziaria viene piegata a fini politici. Sul piano geoeconomico, il rischio è una crescente incertezza per imprenditori, giornalisti e investitori in esilio, con effetti sulla libertà di movimento, sulla fiducia nei sistemi legali e sulla sicurezza delle comunità diasporiche.
La criminalizzazione sistematica degli oppositori rientra in una logica di sicurezza nazionale estesa, in cui il dissenso è trattato come una minaccia strategica. È una forma di guerra ibrida interna ed esterna, che combina strumenti legali, polizieschi e informativi per neutralizzare avversari senza ricorrere alla forza militare diretta.
Il caso turco mostra come un’istituzione internazionale possa essere piegata da poteri determinati e pazienti. Senza meccanismi di controllo più rigorosi e una chiara separazione tra reati comuni e persecuzioni politiche, Interpol rischia di trasformarsi da strumento di giustizia globale in veicolo di repressione transnazionale.




