
di Armando Doninelli –
La dottrina della Blue Homeland (Patria Blu), è una dottrina espansionista ed irredentista turca che affonda le sue radici all’inizio degli anni 70 del secolo scorso. In tale periodo alcuni fattori come lo sviluppo delle tecnologie per le trivellazioni in mare, la scoperta e lo sfruttamento del giacimento petrolifero di Prinos nel Mar Egeo e l’elaborazione della Convenzione ONU sul Diritto del Mare (UNCLOS), indussero le élite politiche e militari turche a considerare lo spazio marittimo come un elemento centrale della geopolitica turca.
La Turchia da allora, con sempre maggiore insistenza, affermò di essere soffocata dalle coste delle isole dell’Egeo orientale e del Dodecaneso, sotto sovranità Greca. Da tale momento la strategia turca contro la Grecia si concentrò sulla “rottura dell’accerchiamento” e sulla rivendicazione di metà dell’area del Mar Egeo.
Tale dottrina, costituita sostanzialmente da rivendicazioni geopolitiche, divenne molto popolare all’interno dell’esercito e nel 2006 alti ufficiali della marina di Ankara definirono formalmente il concetto. In base a tale elaborazione, la Blue Homeland consiste nel diritto della Turchia di rivendicare un’ampia area definita Zona Economica Esclusiva (ZEE), in contrasto con la sovranità di Grecia e Cipro nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale. Contemporaneamente, in linea di principio, si respingeva la competenza degli organi giurisdizionali internazionali a risolvere la controversia tra Ankara ed Atene.
Complessivamente l’area marittima coperta dalla Blue Homeland è di 462mila Km quadri e si inserirebbe in aree strategiche importanti, come ad esempio la zona a sud di Creta o l’area che separa la Grecia da Cipro.
Secondo i suoi autori, la Blue Homeland ha anche delle conseguenze sul piano delle alleanze. Sostengono difatti che la NATO e la UE utilizzino la Grecia per limitare la Turchia al Golfo di Antalya e lasciarle una giurisdizione di soli 41mila km quadri marittimi. I medesimi autori ritengono che per ovviare tale situazione la Turchia dovrebbe cercare una più stretta collaborazione con Russia e Cina e sforzarsi di ottenere la supremazia nel Mediterraneo orientale, per non fare la fine dell’Impero Ottomano, caduto in quanto limitata potenza marittima.
Nonostante il suo successo e la sua diffusione negli ambienti militari, questa dottrina è rimasta marginale nella politica turca fino al 2016, ciò a causa dei pessimi rapporti tra i vertici dell’esercito, notoriamente laici, e il partito filo islamico AKP al potere in Turchia. Tuttavia, a seguito del fallito colpo di stato del luglio 2016, il presidente turco Erdogan ha iniziato a inserire ai vertici dell’esercito ufficiali anti occidentali e a farsi influenzare dalla loro retorica contro USA ed Europa, favorendo cosi la diffusione della dottrina della Blue Homeland, che sostanzialmente è anti occidentale, negli ambienti politici.
Il 2019 fu un anno decisivo per il rafforzamento di tale dottrina, ciò in quanto Ankara iniziò ad applicarla concretamente. Difatti tra il 27 febbraio e l’8 marzo di quell’anno 103 navi da guerra turche condussero una lunga e complessa esercitazione nei mari che circondano la Turchia, vale a dire il Mediterraneo, l’Egeo e il Mar Nero. Quest’esercitazione non a caso venne denominata “Mavi Vatan”, cioè la traduzione in turco di Blue Homeland; da allora si svolge tutti gli anni. Il tema tecnico di ogni esercitazione annuale varia, tuttavia resta l’obbiettivo di fondo di dimostrare la presenza e la forza della marina militare turca nel Mediterraneo orientale e nell’Egeo e la conseguente egemonia di Ankara nell’area.
All’inizio dell’autunno del 2019 Ankara faceva un nuovo passo, conforme alla dottrina Blue Homeland, inviando navi per la ricerca di idrocarburi in un area che Cipro considerava sotto la sua sovranità.
Nel novembre del medesimo anno, la Turchia e il governo libico riconosciuto dall’ONU stipulavano un accordo che rendeva i due paesi confinanti marittimi, in conformità alla dottrina della Blue Homeland. Contemporaneamente Il presidente Recep Tayyp Erdogan Erdogan si lasciava andare a dichiarazioni minacciose, affermando che l’esercito turco avrebbe difeso la sovranità del paese anatolico in ogni zona della Blue Homeland.
L’accordo, che successivamente è stato ratificato dal Parlamento turco ma non da quello libico, è stato duramente contestato dalla comunità internazionale. In particolare sotto il profilo di una sua violazione dell’UNCLOS, peraltro non sottoscritta da Ankara. Molto dure sono state le reazioni dei paesi principalmente coinvolti dalla Blue Homeland, vale a dire Cipro, Grecia e Turchia, timorose di trovarsi di fronte ad una politica espansionistica che alcuni analisti hanno definito di tipo “neo ottomano”.
In una dichiarazione congiunta del maggio 2020, i tre paesi sopracitati assieme a Francia ed Emirati Arabi Uniti, hanno affermato che l’accordo non può produrre alcun effetto in quanto viola il diritto internazionale e il diritto marittimo. Ankara ha liquidato prontamente tale posizione definendola come causa di instabilità regionale.
Poco dopo Grecia ed Egitto hanno stipulato un accordo che, in palese contraddizione della dottrina della Blue Homeland, delimitava delle zone di confine marittimo tra i due paesi. Anche in tale caso li governo turco ha rapidamente respinto l’accordo, definendolo come nullo vista l’assenza di confini marittimi tra i due paesi.
Ciò non impressionò di certo che Erdogan che appariva sempre più convinto di dover ottenere il primato marittimo. Nel luglio del 2021, nel corso di una visita a Cipro del Nord, affermava che la Turchia avrebbe cominciato un programma di ricerche energetiche nella zona. Pochi giorni prima l’inviato turco alle Nazioni Unite aveva criticato la Grecia colpevole di aver militarizzato isole dell’Egeo vicine alla costa turca, tutto questo in violazione del Trattato di Losanna del 1923 che prevede la loro smilitarizzazione.
In realtà ciò che appariva da questa politica marittima espansionistica era proprio il desiderio di Ankara di annullare il Trattato di Losanna del 1923, in particolare per quanto riguarda la Grecia e i suoi diritti.
La smilitarizzazione delle isole greche vicine alla Turchia ha, al di là del significato formale, un rilievo profondamente sostanziale. Ciò si tradurrebbe difatti nella possibilità di Ankara di condizionare il flusso delle navi militari russe da e per il Mar Nero, con conseguente aumento dell’influenza sulla Russia e più in generale verso l’occidente. Da non dimenticare poi che tale area è una delle più rilevanti per quanto riguarda i flussi migratori verso l’Europa e, conseguentemente, Ankara con la smilitarizzazione greca avrebbe la possibilità di far pressione sull’Ue in tale delicato ambito, cosa peraltro già successa in passato.
Il ceto dirigente politico burocratica di Ankara negli ultimi anni ha fatto divenire la politica estera del paese sempre più multipolare, basandosi sul presupposto che il sistema internazionale non è più basato esclusivamente sull’occidente. Il sistema multipolare internazionale, secondo tale impostazione, offre alle potenze regionali, cui Ankara ritiene di essere, un ruolo da assolute protagoniste. Sarebbero cioè capaci di contrattare, in ambito regionale, con le potenze globali in condizioni di parità.
La diffusione di tale impostazione nella classe politica dominante della Turchia spiega il notevole successo che ha avuto la dottrina della Blue Homeland tra i detentori del potere nel paese anatolico. Il dominio marittimo del Mediterraneo orientale, implicito nella dottrina della Blue Homeland, significherebbe per Ankara la possibilità di controllare i traffici marittimi tra Mar Mediterraneo, Oceano Indiano e Oceano Pacifico. Se tale scenario si dovesse mai realizzare, la Turchia potrebbe veramente trattare in ambito regionale con le potenze globali in condizioni di assoluta parità.
Non è un caso che negli ultimi anni la Turchia abbia assunto un ruolo sempre più rigido nel Mediterraneo Orientale, basti pensare alle crescenti tensioni con Israele, mentre su altri scacchieri appare molto più ragionevole e disponibile al dialogo. Ciò è una coerente conseguenza della Turchia di procedere ad una decisa applicazione della dottrina della Blue Homeland, incentrata prevalentemente su tale area geografica.
Il 26 agosto di quest’anno, non a caso anniversario di precedenti imprese militari degli ottomani e di Ataturk, la marina turca ha organizzato una grande parata navale ad Istanbul, ispirata alla dottrina della Blue Homeland. Difatti in tale occasione, utile anche per dimostrare la sovranità assoluta di Ankara sul Bosforo e sui Dardanelli, Erdogan ha fatto un discorso piuttosto aggressivo diretto ai vicini della Turchia, affermando che il paese anatolico avrebbe difeso anche con la forza quelli che ritiene i suoi confini marittimi.
Secondo Mesut Hakki Casin, docente alla Redetype Università e considerato in Turchia uno dei maggiori esperti di sicurezza internazionale, la manifestazione del 26 agosto ha un chiaro significato di voler focalizzare la propria geopolitica sul controllo dei mari circostanti il proprio territorio, in conformità della dottrina della Blue Homeland che appare sempre più attuale. Del resto il notevole rafforzamento della marina militare turca, che prosegue da circa un decennio, sembra andare proprio in quella direzione.











