Turchia. La resa dei conti: il caso Imamoglu e la nuova fase autoritaria di Erdogan

di Giuseppe Gagliano –

La richiesta della procura di Istanbul di condannare il sindaco Ekrem Imamoglu a oltre duemila anni di carcere rappresenta l’apice di un conflitto politico che va oltre la semplice giustizia penale. Il dossier di 4mila pagine, che elenca 142 capi d’accusa, tra cui corruzione, appropriazione indebita, riciclaggio e perfino spionaggio, non è solo un atto giudiziario, ma una dichiarazione di guerra politica. Imamoglu, due volte eletto con largo consenso popolare, è oggi il simbolo di una Turchia che cerca di resistere all’accentramento di potere costruito da Recep Tayyip Erdogan in più di vent’anni di dominio.
Dietro l’apparenza legale, la campagna contro il Partito Popolare Repubblicano (CHP) è parte di una strategia di restaurazione autoritaria. Da quando l’opposizione ha conquistato Istanbul, Ankara e Izmir, il presidente turco ha intensificato l’uso dell’apparato giudiziario come strumento politico. Sedici sindaci del CHP sono già stati incarcerati e la procura generale ha aperto un’inchiesta che potrebbe perfino portare alla chiusura del partito. Si tratta di un tentativo sistematico di distruggere le basi amministrative e finanziarie di un’opposizione che, dopo anni di marginalità, aveva riconquistato legittimità e visibilità nelle urne.
Imamoglu rappresenta una figura anomala nel panorama turco: un politico moderato, pragmatico, capace di attrarre elettorato laico e conservatore. Le sue vittorie del 2019 e del 2024 hanno dimostrato che Istanbul può ribellarsi al controllo dell’AKP, e questo è un affronto personale per Erdogan, che proprio da quella città iniziò la sua ascesa politica. Colpire Imamoglu significa punire un simbolo, non solo un avversario. È una battaglia per il controllo dell’immaginario urbano: la Turchia moderna e metropolitana contro quella nazional-islamica e centralizzata.
Le imputazioni, che vanno dalla corruzione al falso diploma universitario fino al presunto spionaggio a favore di potenze straniere, costruiscono un mosaico narrativo volto a delegittimare non solo l’uomo ma l’idea di opposizione legittima. In un sistema politico dove la magistratura è ormai strettamente controllata dall’esecutivo, la verità giudiziaria diventa funzionale al consenso politico. L’obiettivo non è processare un sindaco, ma distruggere la credibilità di chiunque si proponga come alternativa. L’atto d’accusa trasforma Imamoglu nel perfetto capro espiatorio di una crisi politica interna che Erdogan tenta di contenere con la forza della paura.
L’ondata repressiva seguita al suo arresto a marzo — con centinaia di manifestanti fermati e duri scontri ad Istanbul — ricorda le proteste di Gezi Park del 2013, ma in un contesto molto più fragile. La Turchia è oggi attraversata da un’inflazione devastante, da un’economia sotto stress e da una crescente frattura tra le aree urbane e la periferia anatolica. Erdogan risponde con la chiusura politica, temendo che le elezioni presidenziali del 2028 possano segnare la fine della sua era. Il messaggio è chiaro: chi sfida il potere rischia la distruzione personale.
La vicenda Imamoglu mina la credibilità internazionale della Turchia proprio mentre Ankara tenta di accreditarsi come mediatore regionale nei conflitti di Siria, Caucaso e Mediterraneo. I partner occidentali osservano con imbarazzo la deriva autoritaria di un Paese ancora membro della NATO ma ormai lontano dai principi democratici. Le tensioni interne indeboliscono anche l’attrattività economica della Turchia, che vede fuggire capitali e investitori di fronte a un sistema giudiziario percepito come strumento politico.
Il caso Imamoglu è più di una persecuzione personale: è la radiografia di un regime che ha paura del voto e che cerca di sopravvivere costruendo nemici interni. Se la giustizia diventa un’arma, la politica si trasforma in un campo di sopravvivenza. La Turchia del 2025 non è più la democrazia imperfetta del decennio scorso, ma un sistema dove l’opposizione si misura con la prigione e la speranza con la censura. Tuttavia, la reazione popolare di Istanbul mostra che il consenso imposto può ancora essere incrinato dalla resistenza civile. In un Paese dove la paura è diventata regola, la figura di Imamoglu resta il promemoria che la politica, anche sotto assedio, può ancora rappresentare una forma di libertà.