di Giuseppe Gagliano

L’accordo tra Leonardo e Baykar per la creazione di una joint venture nella produzione di droni arriva in un momento in cui l’Europa accelera il proprio riarmo, spinta dalla crisi ucraina e dal timore di un disimpegno statunitense. Si tratta di un’intesa che solleva questioni strategiche e industriali di primo piano, ma anche interrogativi sulle reali conseguenze di questa corsa all’armamento.

Leonardo, il gigante italiano della difesa, e Baykar, la società turca che ha guadagnato fama internazionale grazie ai droni TB2 impiegati in diversi conflitti, collaboreranno per sviluppare una nuova generazione di veicoli aerei senza pilota (UAV). L’obiettivo è chiaro: consolidare la posizione europea in un mercato che, secondo le previsioni, varrà 100 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. L’iniziativa è perfettamente allineata con la strategia della Commissione Europea, che ha recentemente annunciato un piano di riarmo da 800 miliardi di euro, con la Germania pronta a investire massicciamente nel settore.

Ma dietro la narrazione industriale e tecnologica, il vero tema è politico. Questo accordo si inserisce in un contesto di crescente militarizzazione dell’Europa, un fenomeno che, se da un lato viene giustificato con la necessità di rafforzare la difesa comune, dall’altro evidenzia una pericolosa deriva verso una nuova corsa agli armamenti. La partecipazione di Baykar, un’azienda turca, aggiunge un ulteriore livello di complessità: la Turchia, sebbene membro della NATO, ha spesso dimostrato una politica estera autonoma, con relazioni ambivalenti con Russia e Occidente. Il coinvolgimento di un attore extraeuropeo in un settore così strategico solleva dubbi sulle reali capacità dell’Europa di costruire un’autonomia strategica in materia di difesa.

Leonardo non è nuova a operazioni di questo tipo. L’azienda italiana è già coinvolta in partnership con Rheinmetall per la produzione di carri armati e con BAE Systems e Mitsubishi per lo sviluppo di un caccia supersonico. Questa proliferazione di joint venture riflette la crescente frammentazione del settore della difesa europea, dove ogni paese cerca di assicurarsi un pezzo del mercato senza una reale visione comune. La Commissione Europea parla di “integrazione”, ma la realtà mostra un’Europa che si affida ancora a partnership internazionali, spesso con aziende di paesi che perseguono interessi divergenti.

L’aspetto finanziario non è meno rilevante. I mercati hanno premiato l’accordo con un balzo del 57% del titolo Leonardo in un solo mese, un segnale chiaro di come l’industria della difesa sia diventata un’area di investimento privilegiata. Ma questa euforia finanziaria rischia di tradursi in una distorsione delle priorità strategiche: le aziende della difesa stanno capitalizzando sul clima di insicurezza, mentre i governi europei sembrano più preoccupati di stimolare la crescita industriale che di definire un reale piano di difesa comune. Il rischio è che il riarmo europeo si trasformi in una moltiplicazione di iniziative nazionali, senza una vera capacità di coordinamento.

A livello geopolitico, la tempistica dell’accordo tra Leonardo e Baykar è significativa. Il riavvicinamento tra Donald Trump e la Russia ha messo in allarme le cancellerie europee, con la Germania che ha improvvisamente cambiato atteggiamento, annunciando investimenti miliardari nella difesa. Il timore di un’America meno impegnata nella sicurezza europea ha spinto i governi del Vecchio Continente a riconsiderare le proprie strategie, ma la reazione è stata tutt’altro che coesa. Mentre la Germania accelera sul riarmo, altri paesi, come l’Italia e la Francia, cercano di trovare un equilibrio tra sicurezza e indipendenza strategica.

L’accordo Leonardo-Baykar non è quindi un semplice affare industriale, ma un ulteriore tassello in un quadro più ampio, dove l’Europa rischia di farsi trascinare in una corsa agli armamenti senza una reale strategia politica comune. Se l’obiettivo è quello di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e garantire una maggiore autonomia, la strada scelta sembra paradossale: affidarsi a un’azienda turca per la produzione di droni significa, di fatto, delegare una parte della propria sicurezza a un attore che ha dimostrato di muoversi con logiche proprie, spesso in contrasto con gli interessi europei.

Il vero interrogativo resta quindi quello della governance della difesa europea. Accordi come questo possono garantire vantaggi economici e tecnologici nel breve termine, ma senza una visione strategica chiara, l’Europa rischia di moltiplicare le proprie dipendenze invece di ridurle. Il riarmo non è solo una questione di numeri e investimenti: è una scelta politica che deve essere guidata da una visione di lungo termine. Oggi, questa visione sembra ancora mancare.