di Giuseppe Gagliano –
Ad Ankara 110 minatori in sciopero della fame davanti al ministero dell’Energia sono stati fermati dalla polizia mentre chiedevano un incontro per ottenere il pagamento di stipendi arretrati e indennità di licenziamento. Dopo circa quattordici ore di custodia sono stati rilasciati in serata, senza che dal ministero arrivassero risposte.
La protesta nasce dalla vertenza con la società Doruk Mining, accusata dai lavoratori di non aver versato quanto dovuto. I minatori, partiti dalla provincia di Eskisehir, avevano percorso quasi duecento chilometri a piedi per raggiungere la capitale e attirare l’attenzione sulla loro situazione. Alcuni di loro hanno scritto messaggi di denuncia sul proprio corpo, segno di una esasperazione crescente e della mancanza di canali di interlocuzione efficaci.
Il fermo è avvenuto all’alba, quando il gruppo cercava di ottenere un incontro con i responsabili del ministero. Alla liberazione, il sindacato ha annunciato la prosecuzione della mobilitazione. Il presidente Gökay Çakir ha dichiarato che i lavoratori continueranno la protesta finché non saranno riconosciuti i loro diritti, mentre dal ministero è arrivato solo silenzio.
La vicenda riporta al centro le criticità del settore minerario turco, segnato da tensioni su salari, sicurezza e condizioni di lavoro. Il caso dei 110 minatori evidenzia una frattura più ampia tra esigenze produttive e tutela dei lavoratori, in un comparto dove persistono forti disuguaglianze.
La mobilitazione ha ricevuto anche il sostegno politico dell’opposizione. Il leader Özgür Özel ha espresso solidarietà in Parlamento, sottolineando come le vertenze sociali possano rapidamente trasformarsi in terreno di scontro politico.
L’episodio mette in discussione l’immagine di stabilità interna, mostrando le difficoltà nel gestire il conflitto sociale. La scelta di intervenire con fermi invece che con il dialogo rischia di amplificare le tensioni e di trasformare una rivendicazione salariale in una questione di ordine pubblico.




