di Giuseppe Gagliano

Il vertice del 1 agosto a Istanbul tra Recep Tayyip Erdogan, Giorgia Meloni e Abdelhamid Dbeibah, non ha prodotto grandi annunci pubblici. Eppure il silenzio dice molto. Perché il cuore dell’incontro non era la forma, ma la sostanza: immigrazione, energia e influenza geopolitica nel Mediterraneo. Tre linee parallele che in realtà si intrecciano su uno stesso tavolo.

Le immagini ufficiali parlano di “cooperazione trilaterale”, ma dietro le quinte si gioca molto di più. Roma cerca soluzioni al dossier migranti, Ankara spinge per consolidare la propria proiezione nel Mediterraneo, Tripoli cerca legittimazione e appoggi per consolidare il potere del premier Dbeibah. In mezzo, l’Europa guarda. E resta a guardare.

Per l’Italia il punto centrale è chiaro: contenere i flussi migratori. Meloni, appena tornata da Tunisi, ribadisce la linea securitaria: combattere le reti dei trafficanti, rafforzare i confini esterni, sostenere i Paesi di origine e transito. Ma il controllo vero non è né a Lampedusa né a Roma. È a Tripoli. E qui entra in gioco la Libia, crocevia fragile e instabile, dove la tenuta del governo GNU di Dbeibah dipende anche dai soldi e dalle alleanze che riesce a raccogliere.

L’Italia ha bisogno di Tripoli per bloccare i flussi. Tripoli ha bisogno di Ankara per sopravvivere. Ankara ha bisogno di entrambi per consolidare la propria presenza nello spazio marittimo e nel settore energetico. Una triangolazione perfetta, almeno sulla carta.

Nel Mediterraneo la Turchia non cerca solo influenza. Cerca spazio. E la Libia è la chiave. Già nel 2019 Ankara aveva firmato con Tripoli un contestato memorandum di demarcazione marittima, osteggiato da Egitto e Grecia. Ora punta a renderlo legalmente vincolante in tutto il Paese, incluso l’Est controllato da Haftar. Per farlo, Erdogan ha avviato un lento riavvicinamento anche con la Cirenaica. Non per cambiare alleanza, ma per ampliare il perimetro di controllo.

Nel giugno 2025, un nuovo accordo tra Turchia e Libia prevede prospezioni geologiche congiunte in quattro aree del Mediterraneo. E a luglio, la cooperazione militare è stata rafforzata: addestramento, supporto tecnico, logistica. Non si tratta solo di aiutare l’esercito libico, ma di radicarsi nella sua infrastruttura militare. È geopolitica pura, con il gas e il controllo marittimo come posta in gioco.

Sullo sfondo, resta la dinamica italo-turca. Da tempo concorrenti in Libia, oggi Roma e Ankara sembrano trovare terreni comuni. Leonardo e Baykar cooperano nella produzione di droni, Ankara guarda con interesse ai caccia Eurofighter, Roma cerca sponde per non restare schiacciata tra Washington e Berlino. Ma la convergenza è tattica, non strategica. L’Italia ha interessi europei, la Turchia ha una visione regionale autonoma e assertiva.

A Istanbul si è parlato anche di Gaza, su iniziativa turca. Ma è chiaro che il baricentro dell’incontro era un altro: la ridefinizione degli equilibri nel Mediterraneo centrale. Un’area sempre più cruciale, dove la cooperazione nasce da interessi convergenti, ma resta vulnerabile ai mutamenti interni nei singoli Paesi.

Il vertice di Istanbul mostra come, nel mondo multipolare, le alleanze non si costruiscano più su valori comuni, ma su esigenze immediate. L’Italia cerca soluzioni rapide al dossier migranti, la Turchia consolida la sua strategia mediterranea, la Libia prova a restare in piedi. Tutti negoziano con tutti, ognuno con una parte di verità e una parte di opportunismo.

Il vero rischio è che, senza una strategia europea complessiva sul Mediterraneo e sull’Africa del Nord, l’Italia finisca per rincorrere accordi emergenziali, lasciando ad altri la regia geopolitica. Erdogan l’ha capito. Meloni, forse, lo sta capendo. Ma l’Europa?