di Giuseppe Gagliano –

Arabia Saudita, Turchia e Pakistan puntano a trasformare l’Alleanza della Mecca in una struttura permanente di cooperazione militare, con l’obiettivo di aumentare la propria autonomia strategica e ridurre la dipendenza dalla protezione degli Stati Uniti.

La riunione di Istanbul di ieri ha dato seguito al patto sottoscritto alla Mecca il 7 agosto, prevedendo un comitato ministeriale, un segretariato generale con sede in Arabia Saudita e strumenti comuni nei settori delle informazioni riservate, dell’addestramento, della logistica e della produzione militare.

Uno degli elementi più significativi è la clausola secondo cui un attacco contro uno dei tre membri viene considerato un attacco contro tutti. Il principio richiama quello della difesa collettiva della Nato, anche se l’intesa non dispone ancora delle strutture militari integrate, dei sistemi di comando e delle procedure operative necessarie per essere paragonata all’Alleanza Atlantica.

I tre Paesi partecipano al progetto con interessi e capacità differenti. L’Arabia Saudita cerca maggiori garanzie di sicurezza soprattutto di fronte all’Iran e vuole diminuire la propria dipendenza militare dagli Stati Uniti. Riyad dispone di notevoli risorse finanziarie e di sistemi d’arma avanzati, ma continua ad affidarsi a Washington per tecnologie, manutenzione e diverse capacità operative.

La Turchia può invece mettere a disposizione forze armate numerose, esperienza maturata in diversi teatri e un’industria della difesa in forte crescita, capace di produrre velivoli senza pilota, missili, mezzi terrestri, navi e sistemi elettronici. Per Ankara l’accordo rappresenta anche uno strumento per estendere la propria influenza dal Mediterraneo al Golfo e verso l’Asia.

Il Pakistan contribuisce con un grande apparato militare e con il proprio arsenale nucleare. La partecipazione di Islamabad non comporta automaticamente l’estensione della sua deterrenza atomica agli altri membri, ma introduce un elemento strategico destinato a essere attentamente valutato da India, Iran, Israele e dalle principali potenze internazionali.

Islamabad potrebbe ottenere in cambio maggiori investimenti sauditi, forniture energetiche favorevoli e opportunità per la propria industria militare. L’Arabia Saudita può invece beneficiare dell’esperienza e delle capacità militari pakistane, mentre la Turchia rappresenta il principale polo tecnologico e industriale dell’intesa.

Restano però importanti differenze strategiche. Per Riyad la sicurezza del Golfo e il confronto con l’Iran costituiscono questioni prioritarie. Il Pakistan concentra gran parte della propria pianificazione militare sull’India e mantiene uno stretto rapporto strategico con la Cina. La Turchia deve invece confrontarsi con dossier che vanno dalla Siria al Mediterraneo orientale, dal Caucaso alla questione curda.

Il vero banco di prova sarà quindi la capacità dei tre governi di intervenire quando una crisi riguarderà direttamente uno dei membri senza coinvolgere gli interessi immediati degli altri.

La nuova alleanza assume inoltre una dimensione economica particolarmente importante nel momento in cui la crisi nello Stretto di Hormuz sta esercitando nuove pressioni sui mercati energetici. L’Arabia Saudita può beneficiare dell’aumento dei prezzi del petrolio, ma rimane esposta alle conseguenze di una destabilizzazione delle rotte del Golfo. Turchia e Pakistan, entrambi importatori di energia, risentono invece direttamente dell’aumento dei prezzi attraverso inflazione, maggiori costi industriali e pressioni sui conti con l’estero.

La cooperazione potrebbe quindi estendersi all’economia attraverso forniture saudite di energia a condizioni favorevoli, investimenti nelle industrie turche e pakistane e programmi comuni nel settore della difesa.

L’Alleanza della Mecca non rappresenta per il momento una struttura apertamente contrapposta agli Stati Uniti. Arabia Saudita e Pakistan mantengono importanti relazioni con Washington e la Turchia continua a essere membro della Nato. Il progetto indica però la volontà dei tre Paesi di disporre di strumenti di sicurezza aggiuntivi e di aumentare il proprio margine di autonomia nei rapporti con Stati Uniti, Cina e Russia.

Un eventuale allargamento potrebbe modificarne ulteriormente il peso. L’adesione dell’Egitto aggiungerebbe un grande esercito, il controllo del Canale di Suez e una posizione strategica tra Mediterraneo, Mar Rosso e Africa. L’ingresso di altri Paesi musulmani potrebbe invece trasformare progressivamente l’organizzazione in un nuovo polo di sicurezza regionale.

La capacità dell’Alleanza della Mecca di diventare una vera struttura militare dipenderà tuttavia dalla prova dei fatti. Comandi comuni, interoperabilità, condivisione delle informazioni e soprattutto disponibilità a intervenire in difesa degli altri membri stabiliranno se l’intesa potrà trasformarsi in un nuovo polo strategico tra Europa, Medio Oriente e Asia oppure resterà prevalentemente uno strumento di cooperazione politica e industriale.