di Giuseppe Gagliano

Da tempo il governo ucraino ha capito che la dipendenza dalle forniture esterne è un rischio strategico tanto quanto la vulnerabilità al fronte. Per questo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sta spingendo su un’idea semplice e ambiziosa: trasformare il Paese in una piattaforma industriale della difesa, capace di assorbire investimenti stranieri e di produrre in casa una quota crescente di ciò che serve sul campo.

Il potenziale produttivo interno viene stimato attorno ai 35 miliardi di dollari l’anno, ma oggi sarebbe finanziato solo a metà. Tradotto: l’Ucraina non è senza fabbriche, è senza capitali sufficienti. Da qui il tentativo di attirare imprese e governi partner con incentivi e procedure accelerate, compreso un regime dedicato che Kiev presenta come “Città della Difesa”: un pacchetto di facilitazioni pensato per localizzare impianti, filiere e competenze.

Il dato politicamente più significativo è che, secondo quanto dichiarato dal premier Denys Shmyhal, almeno 25 aziende straniere del comparto difesa starebbero già avviando o localizzando produzioni in Ucraina, attraverso co-imprese o impianti diretti. È un cambio di paradigma: non soltanto aiuti, ma radicamento industriale.

Il caso più avanzato è quello tedesco, con Rheinmetall:

– impianto congiunto operativo per manutenzione, assemblaggio e produzione di veicoli militari;

– cantieri industriali per munizioni d’artiglieria da 155 millimetri, con l’obiettivo di aumentare la produzione nel 2026 fino a volumi nell’ordine di centinaia di migliaia di colpi l’anno;

– acquisizione di terreni all’inizio del 2026 per un nuovo stabilimento dedicato.

In parallelo Kiev lavora su accordi bilaterali con partner europei: sviluppo tecnologico e produzione con la Spagna, procedure semplificate e “ospitalità industriale” con la Danimarca, e una serie di altre intese che servono a rendere l’industria ucraina compatibile, certificabile e integrabile con quella dell’Unione europea. A fare da cornice, iniziative e fiere specializzate come il Forum internazionale delle industrie della difesa, con partecipazione ampia di Paesi e imprese, pensato per accelerare abbinamenti e contratti.

Nel 2025 l’Ucraina ha autorizzato oltre 1.300 nuovi modelli di armi e attrezzature prodotte localmente. Più del 40 per cento delle armi al fronte sarebbe di origine domestica. Non è soltanto orgoglio nazionale: è il modo più rapido per adattare l’innovazione ai bisogni reali, correggere in corsa, accorciare la catena logistica, ridurre i tempi tra “idea”, “prototipo” e “uso”.

Zelensky insiste su un punto: i partner dovrebbero finanziare direttamente la produzione in Ucraina, non solo inviare materiale finito. La proposta implicita è uno scambio di efficienze: capacità ucraina in droni e missili in cambio di sistemi occidentali, o di fondi destinati a far girare le linee produttive ucraine a pieno regime.

Se l’Ucraina riesce a trasformare la sua capacità in eccesso in produzione finanziata, cambia anche la natura degli aiuti: da trasferimenti straordinari a investimenti con ritorni industriali. Per l’Europa questo significa due cose. Primo: creare una “profondità produttiva” a Est, che allevia la pressione sulle fabbriche europee già sotto stress. Secondo: agganciare l’Ucraina alle filiere continentali con standard, certificazioni, manutenzione e ricambi, rendendo più difficile una futura separazione politica.

Ma c’è anche l’ombra: gli impianti diventano obiettivi, il rischio bellico diventa rischio industriale, i premi assicurativi salgono e la sostenibilità dipende dalla continuità dei finanziamenti. In altre parole, il progetto funziona finché la politica regge il costo.

Dal punto di vista militare, l’industrializzazione in Ucraina serve a tre vantaggi immediati: riparare e rimettere in linea più rapidamente; adattare sistemi e munizioni alle lezioni del campo; garantire flussi costanti anche quando gli aiuti rallentano per crisi politiche in Occidente.

La scelta di puntare su munizioni da 155 millimetri, manutenzione e veicoli non è casuale: è la spina dorsale di una guerra lunga, di logoramento, dove vince chi ha scorte, capacità di sostituzione e continuità. L’innovazione dei droni resta decisiva, ma senza “massa” industriale la tecnologia non basta.

Geopoliticamente, questa strategia mira a un risultato: rendere l’Ucraina indispensabile. Non solo come frontiera, ma come officina. Se aziende tedesche, danesi, spagnole e altre radicano produzione sul territorio ucraino, la sicurezza dell’Ucraina diventa anche sicurezza degli investimenti europei. È un vincolo politico creato con l’economia.

Geoeconomicamente, Kiev prova a cambiare etichetta: da Paese assistito a nodo industriale. È la risposta ai ritardi degli aiuti e alla volatilità delle scelte occidentali: se non posso controllare la politica altrui, controllo almeno la mia capacità produttiva e aggancio quella degli altri ai miei stabilimenti.

La guerra, qui, non è soltanto trincee e missili. È una partita di integrazione industriale. E l’Ucraina sta dicendo all’Europa: non finanziate solo la resistenza, finanziate la fabbrica. Perché una fabbrica che produce è una linea del fronte che non arretra.