di Giuseppe Gagliano –

La proposta statunitense di offrire all’Ucraina garanzie di sicurezza “in stile NATO” senza un’adesione formale all’Alleanza segna un passaggio politico di rilievo. Non è un dettaglio tecnico, ma il tentativo di riscrivere il perimetro della deterrenza occidentale adattandolo a una guerra che dura da quasi quattro anni e che nessuna delle parti è riuscita a vincere in modo decisivo. Washington mette sul tavolo qualcosa che somiglia all’articolo 5, ma lo fa fuori dal trattato, in una zona grigia dove la credibilità conta più delle formule giuridiche.

Il messaggio è duplice. A Kiev si dice che la protezione può essere concreta anche senza l’ingresso nella NATO. A Mosca si segnala che un nuovo attacco all’Ucraina non sarebbe più una questione regionale, ma comporterebbe una risposta militare americana. È una promessa ambiziosa, ma anche fragile: la deterrenza funziona solo se l’avversario crede che verrà davvero applicata.

Le concessioni territoriali restano il punto morto del negoziato. Gli Stati Uniti parlano di accordo raggiunto “al 90 per cento”, ma quel dieci per cento residuo coincide con il cuore del conflitto. Donbass e territori occupati non sono una variabile negoziabile per Zelensky, almeno sul piano politico interno. Ogni arretramento rischia di minare la legittimità dello Stato ucraino e di aprire fratture profonde nella società e nelle forze armate.

Per Mosca, al contrario, il controllo territoriale è l’unico risultato tangibile da esibire dopo costi umani ed economici enormi. Finché questo divario rimane, il cessate il fuoco resta un’ipotesi più che una realtà. Il clima può migliorare, ma gli obiettivi strategici restano distanti.

I leader europei accolgono con cautela il cambio di tono americano, consapevoli che l’onere operativo ricadrebbe in larga parte su di loro. L’idea di una forza multinazionale guidata dall’Europa, dispiegata anche sul territorio ucraino, rappresenta un salto di qualità per la politica di sicurezza europea. Ma espone anche tutte le sue debolezze: catene di comando complesse, capacità militari diseguali, opinioni pubbliche sempre più stanche della guerra.

L’indicazione di mantenere forze armate ucraine attorno agli 800mila effettivi è un obiettivo strategico chiaro: rendere Kiev militarmente autosufficiente nel lungo periodo. Ma implica costi enormi e una dipendenza strutturale dal sostegno occidentale, industriale prima ancora che finanziario.

Sul piano economico, le garanzie di sicurezza sono la precondizione per qualsiasi ricostruzione. Senza una deterrenza credibile, nessun capitale privato investirà seriamente in Ucraina. Washington e Bruxelles lo sanno: la sicurezza non è solo militare, è anche il fondamento della stabilità finanziaria e della sopravvivenza dello Stato ucraino come economia funzionante.

Al tempo stesso, le sanzioni restano l’arma di pressione principale sull’economia russa. Zelensky le invoca come leva negoziale, ma il loro impatto, pur significativo, non ha ancora prodotto una svolta strategica. La guerra continua a essere sostenibile per Mosca, anche se a costo di una crescente militarizzazione dell’economia.

Per la prima volta dall’inizio del conflitto, l’idea di un cessate il fuoco appare concepibile. Non perché le divergenze siano state risolte, ma perché tutti gli attori principali sembrano riconoscere che la guerra non può essere prolungata indefinitamente senza costi sistemici. Le garanzie di sicurezza proposte dagli Stati Uniti sono il tentativo di costruire un ponte tra deterrenza e compromesso.

Resta da capire se Mosca crederà a quelle garanzie e se Kiev potrà accettare una pace che congela il conflitto senza risolverlo. In mezzo, l’Europa è chiamata a dimostrare se vuole davvero essere un attore strategico o restare un garante subordinato. La partita è aperta, ma il tempo, ancora una volta, non lavora per nessuno.