Ucraina. Il piano Trump: concessioni irreversibili in cambio di promesse vuote

di Shorsh Surme –

Il piano di pace statunitense sostenuto da Donald Trump offre alla Russia guadagni significativi in cambio di concessioni estremamente rischiose da parte dell’Ucraina, configurando una resa mascherata che minaccia la sicurezza europea e richiama l’atmosfera di Monaco del 1938. Intanto, diversi governi europei ne sollecitano il rifiuto, chiedendo di continuare a sostenere Kiev per scongiurare una catastrofe prolungata.
Nella diplomazia contemporanea è difficile imbattersi in una proposta più ingenua, imperfetta e strategicamente sconsiderata del “piano di pace” in 28 punti circolato nelle ultime settimane a Washington. I suoi termini ricordano l’ultimatum austro-ungarico alla Serbia del 1914: una serie di richieste impossibili, concepite per essere respinte e, in ultima analisi, per innescare un conflitto su larga scala.
Eppure, sorprendentemente, oggi Kiev è sotto pressione per accettare una proposta altrettanto irrealistica.
Dietro l’elenco dei 28 punti si nascondono tre richieste fondamentali. La prima è un deliberato indebolimento della sicurezza nazionale ucraina: riduzione delle forze armate di quasi la metà; divieto di missili a lungo raggio; divieto di truppe straniere sul territorio; rinuncia formale all’ingresso nella NATO.
La seconda richiesta riguarda la cessione permanente di tutti i territori attualmente occupati dalla Russia, compresi quelli che Mosca ha dichiarato annessi senza controllarli pienamente.
La terza, forse la più sconcertante, prevede che la Russia si “astenga” dall’invadere altri Paesi e che la NATO interrompa la propria espansione. Un impegno solo “atteso”, non obbligatorio.
Mosca sarebbe tenuta a sospendere temporaneamente la propria offensiva, ma senza alcun vincolo che le impedisca di riprendere l’aggressione in futuro. In cambio, verrebbe riammessa nel G8, come se l’invasione dell’Ucraina non fosse mai avvenuta: un compromesso, di fatto, formulato a Mosca e per Mosca, con il timbro di approvazione statunitense.
Quando a un Paese sovrano si chiede di compiere concessioni che minano la sua sicurezza, premiano l’aggressore e sacrificano il futuro in cambio di vaghe promesse di pace immediata, non si può parlare di diplomazia: si tratta di una resa. Anche per gli osservatori meno esperti, le analogie con Monaco 1938 sono evidenti: una democrazia costretta a cedere davanti a una potenza brutale nella speranza illusoria di evitare un conflitto più vasto.
Nel frattempo, l’Europa si confronta con una nuova realtà. Il capo di Stato maggiore francese avverte del rischio di uno scontro diretto con la Russia; Polonia e Germania discutono il ripristino della leva obbligatoria; la spesa per la difesa cresce nella maggior parte dei Paesi occidentali, in risposta al deterioramento della sicurezza globale.
Perché, allora, Trump sostiene un accordo che sembra favorire in modo così evidente Mosca, esercitando al tempo stesso pressione su Kiev affinché lo accetti nel giro di pochi giorni?
Zelensky ha definito il momento “uno dei più difficili della nostra storia: una scelta tra perdere la dignità o perdere un partner chiave”. Il presidente ucraino sa che il rifiuto del piano potrebbe privare il Paese dell’intelligence americana e delle armi avanzate. Una breve sospensione degli scambi informativi, avvenuta all’inizio dell’anno, ha già avuto conseguenze drammatiche al fronte.
Il mondo è più stabile quando esiste una potenza in grado di guidare la comunità internazionale, scoraggiare gli aggressori, far rispettare il diritto internazionale e coordinare gli alleati. Dal 1945 questo ruolo è stato svolto dagli Stati Uniti. Ma l’allineamento di Washington alla posizione russa, l’affidamento alle sue promesse e l’indebolimento della sovranità ucraina segnalano un cambiamento cruciale: l’America sta arretrando dalle proprie responsabilità globali, lasciando un vuoto pericoloso che altre potenze rivali saranno pronte a colmare.