di Giuseppe Gagliano –
C’è stato un momento, non lontano, in cui Volodymyr Zelensky appariva circondato da una solidarietà internazionale quasi sacra. Parlamenti in piedi ad applaudirlo, governi pronti a firmare assegni e inviare armi, un’opinione pubblica occidentale conquistata dalla sua immagine di presidente resistente. A Kiev il suo cerchio ristretto rappresentava l’idea stessa di un Paese unito contro un’aggressione brutale. Quel tempo sembra passato. Ora Zelensky si muove in un ambiente segnato da scandali crescenti, crepe politiche e una guerra che non gli concede tregua. E il simbolo di questa nuova fase è la caduta del suo uomo più potente: Andriy Yermak.
Per molti osservatori Yermak non era solo il capo di gabinetto. Era il co–presidente, il vero motore strategico del potere, il mediatore con Washington, Berlino e Bruxelles. Per altri, addirittura, era l’uomo che controllava accessi, decisioni, comunicazioni. Un “cardinale”, appunto, ma vestito di mimetica, da qui il soprannome di “cardinale verde”. Un uomo che non aveva mai abbandonato l’uniforme dall’inizio della guerra, quasi per rivendicare la sua centralità politica e simbolica. Poi qualcosa si è rotto.
L’Ufficio anticorruzione (Nabu) e la Procura specializzata (Sapo) hanno aperto un’inchiesta enorme sui fondi energetici: cento milioni di dollari evaporati dai contratti pubblici. Una somma che non poteva passare inosservata e che, secondo gli investigatori, ruotava attorno a un sistema di fedelissimi di Yermak. Nei documenti dell’indagine, per ironia amara, gli inquirenti gli avevano assegnato il nome in codice “Ali Baba”: per via delle sue iniziali, d’accordo, ma soprattutto per la sensazione che intorno a lui operasse un nucleo ristretto di “quaranta ladroni” in chiave ucraina.
Quando la polizia ha perquisito la sua abitazione, non gli ha detto neppure cosa cercasse. Un metodo che segnala quanto l’indagine fosse considerata sensibile. Nei mesi precedenti però i cerchi si erano già stretti. Il suo ex vice, Andriy Smyrnov, era finito sotto accusa per riciclaggio e arricchimento illecito. Altri due fedelissimi, Kyrylo Tymoshenko e Rostyslav Shurma, erano stati toccati da sospetti analoghi. Nel frattempo, diversi ex soci di Yermak diventavano inaspettatamente ricchi: appalti, cinema, immobiliare, perfino droni militari.
Infine, la resa. Yermak rassegna le dimissioni annunciando che “andrà al fronte”. Un gesto che suona più come un tentativo di uscire di scena con un briciolo di dignità che come un atto di eroismo. Per Zelensky è uno schiaffo pesante: la perdita del suo consigliere più influente in un momento in cui la politica e la guerra gli chiedono un controllo assoluto.
L’affaire Yermak non è un caso isolato. Negli stessi giorni il ministro della Giustizia Herman Halushchenko e la ministra dell’Energia Svitlana Hrynchuk sono stati costretti a lasciare l’incarico. I due, secondo gli inquirenti, facevano parte di una rete più ampia controllata da Timur Mindich, magnate della produzione audiovisiva, uomo chiave della “prima vita” di Zelensky quando era un comico famoso in mezza ex URSS. Mindich è scappato all’estero prima che potesse essere arrestato.
Una coincidenza? Difficile crederlo. Piuttosto, un segnale che il sistema costruito intorno al presidente sta cedendo proprio mentre la pressione militare aumenta. Nelle democrazie in guerra, il cerchio magico non può permettersi cedimenti: in Ucraina, invece, è proprio questo cerchio a sgretolarsi.
Il Kiev Post formula senza esitazioni la questione che molti sussurrano nei palazzi del potere: “La nave sta affondando?”
Una domanda che fa tremare, perché arriva proprio mentre la Russia avanza, mentre i villaggi cadono uno dopo l’altro, mentre la stanchezza occidentale serpeggia tra i governi europei.
Sul piano diplomatico la crisi è ancora più pesante. Yermak era l’uomo dei negoziati. Non ci sarà alla prossima riunione con la delegazione repubblicana inviata da Donald Trump per discutere la fine della guerra. Zelensky dovrà presentarsi con un nuovo capo di gabinetto, meno esperto, meno conosciuto, meno credibile agli occhi di attori che oggi hanno in mano il futuro dell’Ucraina.
Politico ha scritto che Yermak aveva “monopolizzato il potere”, attirandosi critiche interne e perplessità occidentali. È vero. Ma il problema non è solo lui: è la struttura stessa del potere ucraino, diventata troppo dipendente da pochi uomini, spesso legati da rapporti personali più che istituzionali.
Il rischio è duplice. Da un lato, l’improvvisa caduta di un uomo chiave crea un vuoto difficilissimo da colmare. Dall’altro, rivela al mondo una debolezza interna che può pesare sulle trattative, sulle forniture militari, persino sulla percezione dei mercati.
Nessuno, a Kiev come all’estero, sembra rimpiangere Yermak. Ma questo non significa che il presidente sia più forte senza di lui. Anzi. Per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa, Zelensky appare realmente solo. Non isolato, ma esposto. Senza il suo stratega politico, senza l’uomo che teneva insieme dossier, relazioni e crisi, senza il consigliere che filtrava pressioni e tensioni.
In una guerra dove ogni errore può costare territori, uomini, o sostegno internazionale, questa solitudine pesa come un macigno.
Il crollo del “cardinale verde” segna una fase nuova e potenzialmente pericolosa. L’Ucraina non perde soltanto un funzionario: perde un pezzo della sua architettura politica, proprio mentre affronta il momento più critico del conflitto.
Se questa crisi si rivelerà una purificazione necessaria o l’inizio di un declino dipenderà dalla capacità di Zelensky di reinventare il suo potere e di ricostruire una leadership che oggi sembra incrinata.
La guerra continua. I russi avanzano. Gli alleati osservano. E nel cuore del potere ucraino si apre una frattura che, se non ricomposta rapidamente, rischia di diventare un colpo irreparabile.












