di Giuseppe Gagliano –
Lo ha denunciato Il portavoce del gruppo di forze ucraine Khortytsia, Victor Tregubov, ha denunciato che i russi hanno attuato un’offensiva su larga scala: sono infatti state individuate iniziative in 12 direzioni, con 99 scontri registrati in un solo giorno, tra cui 17 nel solo settore di Novopavlivka. Un dato che rivela, oltre all’intensità del momento, l’ambizione russa di imprimere una svolta tattica su più assi contemporaneamente.
Sotto attacco anche Kharkiv, teatro nei mesi scorsi di schermaglie e avanzamenti parziali, ma ora nuovamente al centro di una pressione costante. Tregubov ha segnalato che Mosca starebbe tentando di aprire un varco verso la regione di Dnipropetrovsk, mirando all’accerchiamento di Kostiantynivka, snodo logistico essenziale nel Donbass. Una manovra che ricorda i tentativi russi di strangolare logisticamente le linee difensive nemiche, puntando su tenaglia e isolamento.
Il Ministero della Difesa russo ha rivendicato attacchi mirati contro obiettivi considerati strategici: imprese del complesso militare-industriale, centri di addestramento e postazioni radar dell’aeronautica. Il messaggio è chiaro: indebolire la catena di comando ucraina prima che l’arrivo di nuove armi occidentali (inclusi missili a lungo raggio) possa cambiare l’equilibrio.
La guerra delle cifre, come sempre, è feroce. Mosca sostiene di aver inflitto oltre 1.300 vittime all’esercito ucraino in un solo giorno, 230 delle quali nel settore nord, dove il gruppo di battaglia russo ha preso il controllo di diverse località nelle regioni di Sumy e Kharkiv, distruggendo anche veicoli corazzati e depositi di munizioni. La “linea del Centro”, invece, avrebbe fatto registrare quasi 500 morti ucraini, con la distruzione di un mezzo blindato americano M113 e di una stazione radar AN/TPQ-36. Un segnale, questo, che l’intelligence elettronica e l’intercettazione radar sono diventati obiettivi primari della guerra moderna.
Nel frattempo Mosca gioca la carta diplomatica. Il viceministro degli Esteri russo Alexander Grushko ha ribadito la condizione imposta da Mosca per una cessazione delle ostilità: la distruzione di tutte le armi occidentali presenti sul suolo ucraino. Una proposta che suona più come una provocazione che un’apertura, ma che inquadra il conflitto in una dimensione più ampia, dove la guerra in Ucraina è sempre più il campo di battaglia di una sfida globale tra blocchi.
Sul piano umanitario l’Ucraina ha ricevuto il corpo di 1.245 militari e civili deceduti, nell’ambito degli accordi di scambio negoziati a Istanbul il 2 giugno. Si tratta del più recente capitolo di un processo complesso e straziante, che ha visto finora il rimpatrio di oltre 6.000 corpi. Ma persino questo gesto, che dovrebbe appartenere al campo della pietà umana, è stato trasformato in strumento di pressione e propaganda: secondo il ministro dell’Interno ucraino Klymenko, Mosca avrebbe incluso intenzionalmente corpi dei propri soldati per rallentare e confondere il lavoro forense ucraino, con resti mutilati, sacchi mescolati e identità difficili da ricostruire.
In questa fase, più che in qualsiasi altra, la guerra sembra vivere una mutazione profonda. Non è solo il terreno a cambiare, ma le regole implicite del conflitto: l’attacco alle infrastrutture radar, la guerra elettronica, il sabotaggio informativo e la manipolazione anche dei cadaveri restituiti dimostrano che la Russia e l’Ucraina stanno combattendo una guerra di logoramento che ha ormai superato le coordinate della guerra convenzionale.
La domanda che resta sospesa è se questa fase rappresenti l’anticamera di una trattativa o l’inizio di un’escalation ancora più violenta. Il secondo round dei negoziati a Istanbul ha segnato un timido ritorno della diplomazia, ma è evidente che nessuna delle due parti è disposta a fare concessioni reali. Mosca vuole un’Ucraina disarmata. Kiev vuole la piena sovranità e il ritiro russo. Due linee inconciliabili che, almeno per ora, continuano a essere tracciate nel sangue.




