di Giuseppe Gagliano

Era il 2 maggio del 2014 quando a Odessa si verificarono gravi scontri fra manifestanti filo-russi e filo-occidentali (tra questi numerosi elementi del gruppo neonazista Pravij Sektor e di quello neofascista Una, poi scioltosi), nel quadro delle tensioni seguite a Euromaidan. Essendo in inferiorità numerica centinaia di manifestanti filo-russi cercarono di rifugiarsi nella Casa del sindacato per sfuggire alle violenze, ma lì furono accerchiati e nel lancio di oggetti e bottiglie molotov l’edificio venne invaso dalle fiamme. Vi morirono in 42 tra cui un 17enne, mentre i feriti furono 174.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite parò in un suo rapporto di indagini, da parte delle autorità ucraine “affette da carenze e caratterizzate da irregolarità procedurali, con evidente riluttanza a perseguire i responsabili”.

In seguito, vista l’assenza di una giustizia giusta da parte dell’Ucraina, i parenti di alcune delle giovani vittime sono ricorse alla Corte europea per i Diritti dell’Uomo (Cedu), la quale in questi giorni ha condannato nella causa “Vyacheslavova e altri contro Ucraina” le autorità di Kiev per non aver provveduto a fare giustizia, la polizia per non essere intervenuta tempestivamente (e persino per aver restituito con mesi di ritardo le salme) e per i danni mentali sofferti dai ricorrenti in 11 anni di attesa.

La sentenza della Cpi sembra tuttavia avere riflessi politici, ma dopo i mandati d’arresto a senso alternato ci si può dire ormai abituati: non ha mai citato le azioni del gruppo dichiaratamente neonazista Pravij Sektor, in compenso ha puntato il dito contro i manifestanti filo-russi in quanto avrebbero iniziato gli incidenti, e contro la “disinformazione e la propaganda” russa.