Ucraina. La diplomazia riparte ma la guerra resta aperta

di Giuseppe Gagliano –

Mentre il fronte militare rimane incerto e la guerra continua a logorare uomini e territori, torna a muoversi la diplomazia sul dossier ucraino. Il presidente Volodymyr Zelensky ha annunciato, dopo un colloquio con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, la disponibilità di Ankara a ospitare un nuovo ciclo di negoziati trilaterali tra Ucraina, Russia e Stati Uniti. Un’iniziativa che riporterebbe la Turchia al centro del dialogo internazionale, ruolo che il Paese ha cercato di costruire fin dall’inizio del conflitto grazie alla sua posizione particolare: membro della Nato ma interlocutore stabile di Mosca.
La proposta arriva in un momento di forte incertezza strategica. Negli ultimi mesi i negoziati sono rimasti di fatto congelati, anche perché l’attenzione degli Stati Uniti si è concentrata sul confronto con l’Iran. In questo quadro la guerra in Ucraina rischia di trasformarsi sempre più in una crisi gestita, con un livello di violenza ancora elevato ma con una pressione diplomatica ridotta.
Sul terreno, come accade spesso nei conflitti di logoramento, entrambe le parti rivendicano progressi. Il presidente russo Vladimir Putin sostiene che le forze di Mosca stiano consolidando il controllo nel Donbass. Secondo il Cremlino circa sei mesi fa l’Ucraina controllava il 35 per cento della regione di Donetsk, mentre oggi ne manterrebbe solo tra il 15 e il 17 per cento. Se confermata, si tratterebbe di una riduzione significativa che indicherebbe un lento ma costante avanzamento russo.
Kiev racconta però una situazione diversa. Fonti militari ucraine affermano che la controffensiva nelle aree industriali della regione sudorientale di Dnipropetrovsk avrebbe quasi completamente respinto le forze russe. Il maggiore generale Oleksandr Komarenko sostiene che l’esercito ucraino ha riconquistato oltre 400 chilometri quadrati di territorio e avanzato per più di dieci chilometri in alcune aree, approfittando delle difficoltà logistiche delle truppe di Mosca.
La distanza tra queste versioni riflette la natura frammentata del fronte ucraino, dove le operazioni sono spesso localizzate e progressi tattici limitati vengono rapidamente trasformati in successi strategici nella narrazione politica.
Secondo le valutazioni dell’Institute for the Study of War, i contrattacchi ucraini potrebbero avere effetti più profondi. L’offensiva russa prevista per la primavera estate del 2026 puntava a un’avanzata convergente verso Zaporizhzhia, città chiave nel sud del Paese. Se Kiev riuscisse a destabilizzare questo asse operativo, Mosca potrebbe essere costretta a rivedere l’intero piano offensivo. Zaporizhzhia rappresenta infatti un nodo industriale e logistico fondamentale per il controllo dell’Ucraina meridionale e la sua eventuale caduta aprirebbe la strada a operazioni più profonde verso il centro del Paese.
Nel frattempo la Russia continua a esercitare pressione nel nord est dell’Ucraina. Le regioni di Sumy e Kharkiv restano aree sensibili dove Mosca tenta di creare una zona cuscinetto lungo il confine. Zelensky sostiene che le forze ucraine stanno riuscendo a bloccare queste manovre, ma la capacità russa di aprire nuovi assi di pressione dimostra come il conflitto sia ormai entrato in una fase di guerra estesa su più fronti.
Gli attacchi aerei e con droni restano quasi quotidiani. A Sloviansk un bombardamento russo ha provocato vittime civili e numerosi feriti, mentre altre città come Dnipro sono state colpite durante la notte. L’aeronautica ucraina afferma di aver abbattuto la maggior parte dei droni lanciati dalla Russia, ma il costo umano e infrastrutturale resta alto.
Kiev ha mostrato però di poter colpire anche oltre il confine. Un attacco missilistico contro Bryansk, nella Russia occidentale, ha preso di mira un impianto collegato alla produzione di sistemi di controllo per missili. Secondo le autorità russe il bilancio include vittime civili e decine di feriti, segnale di una guerra che non resta più confinata al territorio ucraino ma che tende a estendersi anche nello spazio russo.
In questo scenario l’apertura turca ai negoziati assume un valore geopolitico rilevante. Ankara punta da tempo a rafforzare il proprio ruolo di potenza diplomatica regionale e ospitare colloqui tra Russia, Ucraina e Stati Uniti permetterebbe alla Turchia di consolidare la propria influenza nel Mar Nero e nello spazio euroasiatico.
La variabile decisiva resta però Washington. Finché gli Stati Uniti rimarranno concentrati sulla crisi con l’Iran, la pressione per un accordo in Ucraina difficilmente aumenterà. Il rischio è quindi quello di una guerra destinata a proseguire in una logica di logoramento controllato: abbastanza intensa da impedire una stabilizzazione, ma non abbastanza decisiva da produrre una svolta.
In questo contesto eventuali negoziati in Turchia rappresenterebbero soprattutto un tentativo di gestione del conflitto più che una reale prospettiva di pace. Dopo oltre quattro anni di guerra le posizioni strategiche delle parti restano infatti troppo distanti perché un accordo politico possa emergere rapidamente e il campo di battaglia continua, ancora una volta, a dettare i tempi della diplomazia.