Ucraina. La doppia resistenza che guida gli attacchi mirati russi

di Giuseppe Gagliano

Quando si parla delle incursioni russe con i droni nel cuore delle città ucraine, la descrizione dominante è sempre la stessa: attacchi indiscriminati, civili colpiti, bambini sotto le bombe. Ma basta guardare con più attenzione, e soprattutto consultare fonti ucraine, non solo occidentali, per scoprire una realtà molto più complessa e scomoda. Le immagini mostrano palazzi intatti accanto a un appartamento centrato con precisione millimetrica. Non è casualità. È selezione dell’obiettivo. Ed è, soprattutto, il prodotto di un fenomeno che in Occidente si evita accuratamente di raccontare: l’esistenza, ormai da quasi due anni, di una doppia resistenza attiva all’interno dell’Ucraina.
Accanto ai gruppi filorussi presenti anche nelle zone controllate da Kiev, gruppi nati per solidarietà verso connazionali russofoni e per rigetto delle scelte politiche di Volodymyr Zelensky, si è sviluppata una resistenza ucraina anti-governativa. È il frutto avvelenato della mobilitazione forzata, delle retate di reclutamento e di un logoramento sociale che sta trasformando intere regioni in camere di pressione.
La novità più rilevante però è che queste due resistenze comunicano tra loro. È da questa rete ibrida, sorprendentemente efficace, che provengono le informazioni più sensibili sulla collocazione di officine militari, magazzini di armi, convogli ferroviari e depositi nascosti nei quartieri civili.
Mosca dispone di satelliti sofisticati quanto quelli americani, ma anche la tecnologia più avanzata ha limiti precisi: un laboratorio di montaggio droni all’interno di un condominio non è rilevabile dallo spazio. Per individuarlo serve un occhio umano, uno sguardo interno, qualcuno che passa l’informazione.
È grazie a questo flusso capillare di dati che i russi colpiscono convogli ferroviari carichi di munizioni, navi attraccate a Odessa, magazzini nascosti nei sobborghi e, soprattutto, le officine disseminate volutamente dai comandi ucraini nelle aree abitate. Una scelta che il diritto internazionale proibisce, perché espone deliberatamente la popolazione civile a rischi militari.
Il risultato è che molte delle esplosioni attribuite ai droni russi sono in realtà colpi portati da gruppi di resistenza ucraini contro infrastrutture militari del proprio stesso Stato. Una dinamica che ricorda, per certi versi, la Francia del 1944: attacchi ai binari, ai convogli, ai depositi.
Ma se ammettere questa realtà significherebbe riconoscere l’esistenza di un dissenso armato interno, è comprensibile perché non se ne parli nei media occidentali. Raccontarlo incrinerebbe l’immagine di un fronte compatto e delegittimerebbe l’idea stessa del sostegno illimitato all’Ucraina.
Secondo le fonti consultate da chi studia seriamente il conflitto, Mosca ha persino chiesto ai gruppi filorussi di evitare azioni autonome per non aumentare i rischi per la popolazione. Preferisce ricevere informazioni e condurre gli attacchi con sistemi controllati, riducendo quella parte di danno collaterale inevitabile in qualsiasi guerra ma molto inferiore, per dimensioni e frequenza, rispetto ad altri scenari contemporanei.
Se tutto questo trova conferma in molte fonti ucraine, perché nessuno lo racconta? Perché mostrerebbe un’Ucraina divisa, stremata e attraversata da una resistenza che non combatte Mosca ma Kiev. Ed evidenzierebbe che la guerra, ormai, vive in gran parte nell’ombra: nei flussi di intelligence, nei sabotaggi che non finiscono nei telegiornali, nelle reti clandestine che decidono dove cade un missile e perché.
Una verità scomoda, certo. Ma indispensabile per capire cosa sta davvero accadendo sul terreno.