di Giuseppe Gagliano –
Un articolo di oggi della Reuters apre uno spiraglio su una questione che tiene in scacco governi e analisti da mesi: “Mosca potrebbe accettare che 300 miliardi di dollari in asset sovrani congelati in Europa vengano usati per ricostruire l’Ucraina”. La notizia, attribuita a tre fonti anonime, arriva come un fulmine in un cielo già carico di tensioni. Si parla di un possibile compromesso, un accordo di pace che vedrebbe la Russia cedere su una parte di quei fondi – bloccati dall’Occidente dopo l’invasione del 2022 – a patto che una fetta venga destinata ai territori ucraini orientali sotto il suo controllo, ormai considerati parte integrante del suo territorio.
Il dibattito su questi 300-350 miliardi di dollari, per lo più obbligazioni sovrane custodite in depositi europei, è un groviglio di interessi economici e politici. Da un lato l’occidente, con proposte come il “prestito di rimpatrio”, spinge per trasferire i fondi a Kiev. Dall’altro Mosca, che in passato ha bollato qualsiasi confisca come “furto”, ora sembra aprire a una soluzione pragmatica: due terzi per la ricostruzione ucraina, il resto per le regioni che ha annesso. Ma non è solo una questione di cifre. Chi gestirà i contratti? Quali aziende si spartiranno la torta della ricostruzione? E soprattutto, come si concilia tutto questo con le sanzioni, che la Russia vuole vedere allentate?
Le voci raccolte da Reuters dipingono un quadro complesso. Una fonte vicina al Cremlino insiste sulla revoca del congelamento come passo necessario, mentre un’altra sottolinea che è presto per definire i dettagli. Intanto Elvira Nabiullina, governatore della Banca Centrale russa, si tiene fuori dal dibattito, e il G7 ribolle di pareri discordi. La Banca Mondiale dal canto suo ha stimato un costo di 486 miliardi di dollari per rimettere in piedi l’Ucraina, una cifra che rende quei 300 miliardi una goccia nel mare, ma pur sempre cruciale.
Sul tavolo ci sono anche le condizioni russe: ritiro delle truppe di Kiev dai territori contesi e stop alle ambizioni Nato dell’Ucraina. Kiev invece vuole il ritiro russo e garanzie occidentali, mentre l’amministrazione Trump definisce questi obiettivi “illusori”. In mezzo l’Europa tentenna: confiscare i fondi rischia di destabilizzare l’euro, ma tenerli fermi prolunga l’impasse. L’analista Oleg Kouzmin, di Renaissance Capital, lo dice senza giri di parole: servirebbe un allineamento improbabile tra Washington e Bruxelles per sbloccare la situazione.
E poi c’è la Russia, che già guarda al futuro economico dei territori occupati. Rappresentano l’1% del suo PIL, ma il loro peso potrebbe crescere. “Che paghino per i territori che vogliono stare con noi”, aveva detto Margarita Simonyan di RT nel 2023, sintetizzando una linea dura che ora sembra sfumare in una realpolitik più sottile.
È una partita a scacchi dove ogni mossa è carica di conseguenze. La guerra ha devastato l’Ucraina orientale, lasciato milioni di profughi e un conto salato in vite umane. Quei 300 miliardi, congelati da tre anni, potrebbero essere la chiave per un compromesso o l’ennesimo terreno di scontro.




