di Giuseppe Gagliano –

Il monito del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov è chiaro: discutere di garanzie di sicurezza per l’Ucraina senza la Russia è un’operazione destinata al fallimento. La frase, pronunciata in conferenza stampa con il collega giordano Bisher Al-Khasawneh, ha lo scopo di ribadire un principio che Mosca considera non negoziabile: nessuna architettura di sicurezza europea può escludere la Russia, pena la sua irrilevanza.

La Casa Bianca ha ospitato il 18 agosto un vertice fra Donald Trump, Volodymyr Zelensky e i leader europei, volto a studiare garanzie per Kiev nel contesto del futuro post-bellico. Si tratta di un tentativo di rassicurare l’Ucraina e di rafforzarne la resilienza politica. Ma per Mosca, questo approccio è una provocazione: progettare la sicurezza del continente senza la Russia equivale a ignorarne il peso strategico e militare. Non a caso Lavrov ha ricordato come simili proposte fossero già emerse nei colloqui di Istanbul del 2022, naufragati quando Mosca chiese il diritto di veto sulle decisioni.

Mentre la diplomazia discute, il conflitto continua a mordere. Il Ministero della Difesa russo ha rivendicato avanzate nell’oblast di Dnipropetrovsk, con la conquista del villaggio di Novoheorhiivka, e ulteriori progressi a Pankivka e Sukhetse. Si tratta di guadagni territoriali limitati, se confrontati con le stime occidentali che parlano di meno dell’1% della regione effettivamente controllata da Mosca, ma che hanno un valore politico: segnalare che la Russia non è in ritirata e che le trattative non possono prescindere dal suo peso sul terreno.

Oltre alle operazioni di terra, Mosca ha rivendicato attacchi a infrastrutture ucraine, tra cui depositi di carburante e stabilimenti di droni. Non è solo un dato militare: colpire le capacità tecnologiche di Kiev significa limitare la sua autonomia strategica e rallentare il sostegno che riceve dall’Occidente, che investe in programmi di droni e difesa aerea. Parallelamente, l’incidente in Polonia, dove un drone russo si sarebbe schiantato in un campo di mais, aggiunge un tassello alla pressione psicologica contro la NATO, evocando il rischio di escalation.

Il messaggio di Lavrov è duplice. Da un lato, riafferma il ruolo imprescindibile della Russia: ogni discussione che la esclude è bollata come “utopia”. Dall’altro, segnala che il Cremlino intende riportare l’Europa al tavolo con Mosca, costringendola a riconoscerne lo status di potenza garante. La posta in gioco non è solo la sicurezza dell’Ucraina, ma il modello stesso di ordine europeo: un sistema costruito sopra o contro la Russia, oppure uno che la includa come attore necessario.

Sul piano militare, Mosca mostra muscoli e perseveranza. Sul piano diplomatico, rifiuta qualsiasi scenario che preveda la presenza NATO in Ucraina, trasformando il conflitto in una partita di scacchi globale. Gli Stati Uniti e l’Europa cercano garanzie per Kiev, ma senza la Russia si rischia un edificio senza fondamenta. In questo equilibrio instabile, ogni piccolo avanzamento sul campo diventa un argomento negoziale, e ogni provocazione – come il drone in Polonia – un messaggio indirizzato alle capitali occidentali.

Lavrov non ha solo criticato l’Occidente: ha fissato i limiti del gioco. O la Russia viene coinvolta direttamente nelle decisioni, o l’intero processo resterà, come ha detto, una “strada senza uscita”. È un richiamo che mette l’Europa di fronte a un dilemma: rafforzare l’Ucraina senza Mosca, rischiando un conflitto congelato e permanente, oppure aprire al nemico di ieri, con tutte le implicazioni strategiche e morali che ne derivano.