di Silvano Danesi * –

Carte in tavola. Il gioco del Deep State di mettere i bastoni tra le ruote alle trattative di pace sul conflitto ucraino è stato denunciato e reso nudo da Tulsi Gabbard direttrice della National intelligence Usa, l’agenzia che coordina tutte le agenzie di intelligence degli Stati Uniti.

“I guerrafondai del Deep State e i loro media di propaganda – ha scritto su X Tulsi Gabbard – stanno nuovamente cercando di indebolire gli sforzi del presidente Trump per portare la pace in Ucraina e in Europa”.

In un rapporto attribuito dalla Reuters agli 007 americani “si afferma falsamente – scrive Tulsi Gabbard – che la ‘comunità di intelligence statunitense’ concorda e sostiene il punto di vista dell’Ue-Nato secondo cui l’obiettivo della Russia sia quello di invadere e conquistare l’Europa”. “La verità – aggiunge Tulsi Gabbard – è che l’intelligence statunitense ritiene che la Russia non abbia nemmeno la capacità di conquistare e occupare l’Ucraina, per non parlare di ‘invadere e occupare’ l’Europa”.

Alle affermazioni di Tusi Gabbard fa eco Kirill Dmitriev, inviato speciale del presidente russo Vladimir Putin, secondo il quale il Deep State sta cercando di scatenare la terza guerra mondiale alimentando la paranoia anti-russa nell’Unione Europea e nel Regno Unito.

Tulsi Gabbard, ricorda la Tass, “ha smentito le notizie riportate da alcuni mass media sulla presenza di piani russi per stabilire il controllo sull’intero territorio dell’Ucraina e su altre parti dell’ex Unione Sovietica, nella sua dichiarazione pubblicata su X. Dichiarazione che è stata postata e commentata da Dmitriev sul social ex Twitter”.

“Il direttore dell’intelligence nazionale Gabbard – ha scritto Dmitriev su X – è meritevole non solo per aver documentato le origini della bufala sulla Russia di Obama e Biden, ma ora anche per aver smascherato la macchina bellicista dello Stato profondo che cerca di incitare alla terza guerra mondiale alimentando la paranoia anti-russa in tutto il Regno Unito e nell’Ue”.

Tulsi Gabbard non ha messo in chiaro soltanto l’azione del Deep State, ma anche quella dei media che propagandano le logiche guerrafondaie.

La denuncia della Gabbard apre una riflessione sulle sovvenzioni di Bruxelles ai media tradizionali.

Il Think Tank MCC Brussels ha pubblicato una ricerca di Thomas Fazi, significamente intitolata “Brussels’ Media Machine”, dove si analizzano i contributi pagati dalla Commissione ai Media.

L’Unione Europea ha investito il denaro dei contribuenti, secondo una stima prudente di decine di milioni di euro all’anno, in “progetti mediatici”, senza contare i finanziamenti indiretti, come i contratti pubblicitari.

Le varie compagne climatiche o su altri temi, che muovono decine di milioni di euro, sono escluse dalla cifra.

Il rapporto mostra anche che l’Ue gestisce un “complesso mediatico europeo” altamente sofisticato, attraverso il quale riesce a plasmare la narrativa dei media su se stessa e sui propri programmi.

Sul rapporto si legge: “La Commissione europea, attraverso il solo programma Journalism Partnerships, con un budget complessivo che ad oggi sfiora i 50 milioni di euro, supervisiona un vasto ecosistema di ‘collaborazioni’ mediatiche dell’Ue. Nel corso degli anni queste hanno incluso centinaia di progetti, che vanno dalle campagne promozionali a favore dell’Ue a discutibili iniziative di ‘giornalismo investigativo’ e vaste campagne ‘anti-fake news’. E questo si aggiunge alle campagne pubblicitarie finanziate attraverso il programma “Misure di informazione per la politica di coesione dell’Ue” (IMREG), per un importo pari finora a 40 milioni di euro…”.

“Ancora più preoccupante – sostiene il rapporto – è il ruolo centrale svolto dalle principali emittenti pubbliche europee in questo processo. Questi progetti dimostrano che non si tratta di collaborazioni occasionali, ma piuttosto di un rapporto semi-strutturale in evoluzione tra le istituzioni dell’Ue e le reti mediatiche pubbliche”.

La Commissione europea sembra aver pagato quasi tutto e tutti nel mondo dei media, ma sta anche finanziando un’operazione di influenza su larga scala al di fuori dell’Ue, ovviamente sotto la formula del “sostegno alla libertà e al pluralismo dei media”. I progetti si sono concentrati in particolare sui media in Ucraina, Armenia, Azerbaigian, Georgia, Moldavia, Russia, Bielorussia e Balcani occidentali.

“Questo rapporto – si legge nelle conclusioni dello stesso – ha svelato i contorni di un complesso, vasto e in gran parte nascosto, di finanziamenti Ue ai media: un sistema che, lungi dal limitarsi a sostenere il pluralismo e l’indipendenza, cerca sistematicamente di plasmare le narrazioni pubbliche e promuovere un ambiente mediatico allineato agli interessi istituzionali dell’Ue.

Nonostante la sua frequente retorica sulla trasparenza, il sostegno finanziario dell’Ue ai media è straordinariamente difficile da tracciare in modo completo. I finanziamenti provengono da molteplici linee di bilancio e programmi, spesso sovrapposti, e vengono diffusi attraverso un labirinto di siti web e piattaforme, ognuno dei quali presenta informazioni in formati diversi, con una terminologia incoerente e set di dati incompleti. Compilare una mappa completa di tutte le attività mediatiche sostenute dall’UE si rivela quindi una sfida formidabile, che mette in discussione l’impegno autoproclamato dell’Unione per l’apertura”.

Nelle conclusioni si afferma che il “rapporto si è concentrato esclusivamente sui programmi Ue formalmente dedicati al sostegno ai media. Non include i flussi di finanziamento indiretti, ad esempio contratti pubblicitari o di comunicazione assegnati ad agenzie di marketing che poi ridistribuiscono i fondi ai principali media”.

Il rapporto parla di un’ampia rete di clienti mediatici in tutta Europa, tra cui molte delle più grandi emittenti televisive e quotidiani del continente.

Le considerazioni finali del documento riguardano la democrazia. “Questa pratica – si legge nel documento – confonde ulteriormente il confine, già labile, tra informazione pubblica e promozione politica. I risultati delineati in questo rapporto chiariscono che la salute democratica dell’Europa si trova ad affrontare una minaccia seria e crescente. La democrazia dipende fondamentalmente da media autenticamente liberi, indipendenti e pluralistici, media che chiedano conto al potere, analizzino le narrazioni ufficiali e riflettano un ampio spettro di opinioni sociali”

“È urgentemente necessaria – conclude il rapporto – una presa di coscienza pubblica del ruolo dell’Ue nel finanziamento e nella definizione delle narrazioni mediatiche. I legami istituzionali tra potere politico e giornalismo devono essere esaminati attentamente e, in ultima analisi, recisi. Le istituzioni dell’Ue non dovrebbero occuparsi di finanziare il giornalismo. Solo ripristinando una separazione netta e senza compromessi tra istituzioni politiche e media l’Europa può sperare di ricostruire una fiducia autentica nel dibattito pubblico e, con esso, la vitalità democratica che afferma di difendere”.

* Articolo in mediapartnership con Nuovo Giornale Nazionale.