Ucraina. Macron e l’intelligence all’Ucraina, la guerra dell’informazione diventa europea

di Giuseppe Gagliano

Quando Emmanuel Macron dice che oggi la Francia fornirebbe “due terzi” dell’intelligence all’Ucraina, non sta semplicemente rivendicando un primato. Sta mettendo un cartello sulla porta: l’Europa non è più solo il bancomat della guerra, vuole essere anche il cervello. Il punto, però, è proprio qui: l’intelligence non è un pacchetto unico, è una costellazione di capacità diverse. Immagini satellitari, intercettazioni, analisi, allerta precoce, fusione dati, geolocalizzazioni, targeting. Dire “due terzi” suona potente, ma resta una misura politica più che una misura tecnica.
La cornice è quella di un rapporto più incerto con gli Stati Uniti. Dopo la sospensione della condivisione di intelligence nel 2025 e la pressione su Kiev perché accettasse negoziati, l’idea che l’Europa debba reggersi da sola non è più teoria da convegno: è necessità operativa. Macron usa l’intelligence come prova di maturità europea e, nello stesso tempo, come argomento per la sua vecchia ossessione: ridurre la dipendenza strategica da Washington.
Il problema è che a Kiev, per bocca di Kyrylo Budanov, si è detto l’opposto: dipendenza critica dagli Stati Uniti per la parte più sensibile, quella che riguarda lo spazio e l’allerta precoce. E questo ha una logica. Gli americani hanno un ecosistema satellitare e di early warning che l’Europa non possiede in modo comparabile, almeno non con la stessa scala, continuità e integrazione. La Francia può coprire molto, soprattutto nella componente tecnica e nell’analisi, ma alcune “colonne portanti” restano difficili da sostituire. Per questo la dichiarazione di Macron è anche una scommessa: se alzi l’asticella, poi devi dimostrare che regge.
La frase sui “nuovi colonialismi” e il riferimento indiretto a Trump non sono colore retorico: sono un avvertimento. Parigi vuole far capire che l’Europa deve essere presente “senza escalation ma senza compromessi” dove ritiene minacciati i propri interessi, Groenlandia compresa. È una postura che mira a due obiettivi: contenere l’idea di un’America che decide da sola nei teatri sensibili e rafforzare l’immagine di un pilastro europeo dentro l’Alleanza atlantica, non contro ma nemmeno sotto.
L’altra faccia dell’intelligence è l’industria. Macron chiede produzione più rapida, grandi volumi, sistemi più leggeri, metodi innovativi. In pratica, vuole trasformare l’economia di difesa in economia di scala, perché l’attrito del fronte consuma munizioni, droni e pezzi di ricambio con ritmi che l’Europa non aveva previsto. Non a caso, critica anche gli appaltatori francesi: se non innovano e non consegnano, vengono espulsi dal mercato. È una frase che in Francia pesa: significa aprire davvero la concorrenza, anche europea, e usare l’Ucraina come banco prova di filiere e tempi produttivi.
Sul piano militare, spostare il baricentro dell’intelligence verso l’Europa cambia la natura del conflitto per Kiev. L’intelligence non serve solo a “sapere”, serve a colpire meglio e a difendersi prima: intercettare, disperdere, anticipare. Se davvero Parigi è diventata il perno, allora la Francia si assume un ruolo operativo di fatto, anche senza soldati sul terreno. E più l’Europa entra in questo livello, più la guerra diventa anche una guerra di responsabilità politiche: perché ogni “mancanza” informativa, ogni sorpresa, ogni falla nella difesa aerea non è più solo un problema ucraino.
La dichiarazione di Macron è un manifesto: l’Europa non può dipendere sempre dagli Stati Uniti, soprattutto quando Washington oscilla. Ma è anche un test di credibilità. Se Parigi vuole guidare, deve dimostrare che l’intelligence europea non è un surrogato, ma una capacità stabile, integrata e sufficiente a sostenere una guerra ad alta intensità. Il rischio, altrimenti, è che l’autonomia resti slogan e che la realtà continui a dire la stessa cosa: senza le infrastrutture americane, alcune luci sul campo restano spente.