di Giuseppe Gagliano –
Un progetto che riapre vecchie fratture
L’idea di una forza multinazionale da schierare in Ucraina dopo la fine delle ostilità arriva in un momento in cui l’Europa è lacerata dal timore che la pace americana, costruita in parallelo con Mosca e solo marginalmente con Kiev, rischi di riaprire il grande tema della sicurezza continentale. Francia e Regno Unito, non a caso gli unici due Paesi europei con reali capacità militari expeditionary, reclamano il primato politico e operativo nella gestione del “giorno dopo”. Non vogliono che l’Europa resti spettatrice, come nel 2022, né che il Cremlino interpreti la fine della guerra come una finestra di debolezza strutturale dell’Ucraina e dell’Occidente.
Emmanuel Macron insiste sul dispiegamento di una “forza di rassicurazione” a Kiev, Odessa e nei nodi più sensibili del Paese. La presenta come una missione di addestramento e sicurezza, non da prima linea, ma il messaggio politico è evidente: senza una presenza fisica occidentale, il deterrente rischia di restare teorico. Keir Starmer, dal canto suo, vede nell’iniziativa il modo per rilegittimare Londra come potenza continentale dopo gli anni di isolamento post-Brexit. Entrambi vogliono un meccanismo che indichi a Mosca che qualsiasi violazione dell’accordo non sarebbe tollerata.
Sul piano militare, la proposta non è priva di rischi. Una forza multinazionale schierata in un Paese appena uscito da una guerra totale diventerebbe immediatamente un bersaglio politico e, potenzialmente, militare. Sul piano strategico, però, risponde a una verità che Parigi e Londra vedono con lucidità: senza garanzie tangibili, qualunque pace in Ucraina sarebbe una tregua fragile.
Il progetto ha spaccato gli alleati. Svezia, Danimarca e Australia appoggiano l’idea. Polonia, Grecia e Italia la respingono, temendo un’escalation incontrollabile e un coinvolgimento militare diretto in una crisi ancora instabile. La Germania, più prudente di tutti, chiede che ogni scelta passi per un chiaro mandato europeo, segnalando che Berlino non intende accettare iniziative bilaterali che possano trascinare l’Unione in un confronto aperto con Mosca.
È il riflesso di un’Europa che non ha ancora una dottrina comune sulla sicurezza: una frattura che emerge puntualmente quando si parla di forze armate, deterrenza e presenza sul terreno. Eppure proprio ora, mentre si disegna la pace, questi ritardi rischiano di trasformarsi in una debolezza strutturale.
Sul fronte economico, Macron, Starmer e von der Leyen insistono per utilizzare i beni immobilizzati della Banca centrale russa, circa 210 miliardi di euro in territorio UE, come leva politica e finanziaria. È un modo per garantire risorse immediate all’Ucraina, ma anche per segnalare a Mosca che i costi della guerra non svaniranno con la firma di un accordo.
Si tratta di una decisione che ridefinisce la natura delle sanzioni: da strumento punitivo a strumento strutturale, che collega l’economia russa al futuro politico dell’Ucraina. Per molti governi, soprattutto nel Sud Europa, questa scelta apre questioni legali e diplomatiche non banali. Ma per Parigi e Londra è il prezzo necessario per costruire una pace che non sia soltanto cartacea.
Dietro la retorica delle garanzie di sicurezza si intravede la vera battaglia: chi avrà la leadership sulla ricostruzione politica e militare dell’Ucraina. Gli Stati Uniti hanno negoziato la pace con Mosca, ma non vogliono assumersi l’onere di un impegno permanente. Francia e Regno Unito vogliono riempire quel vuoto, facendo dell’Ucraina il banco di prova di una nuova architettura europea della difesa.
Per la Russia, una forza multinazionale occidentale sul suolo ucraino sarebbe un simbolo di sconfitta politica, anche se formalmente schierata dopo la fine delle ostilità. Per l’Europa, invece, rappresenterebbe la prova che il continente sa proteggere la propria frontiera orientale senza dipendere completamente da Washington.
Il punto critico è che la pace che si intravede all’orizzonte è una pace armata. Una pace in cui il confine tra garanzia e provocazione è sottile. In cui l’Ucraina, pur sovrana, rischia di diventare il terreno su cui si misureranno le ambizioni europee, la prudenza americana e la reazione russa.
La proposta di Parigi e Londra non è soltanto una questione militare, ma il tentativo di riscrivere il ruolo dell’Europa in un sistema internazionale sempre più instabile. Il problema è che l’Europa, ancora una volta, non è unita. E senza unità, ogni garanzia rischia di trasformarsi in una promessa incompiuta.












