di Giuseppe Gagliano –

Quasi 600 droni e 48 missili in dodici ore: l’attacco russo del 28 settembre non è stato solo l’ennesima ondata di fuoco sull’Ucraina. È il segnale che Mosca ha deciso di usare la pressione aerea come strumento politico oltre che militare, per logorare Kiev e inviare un messaggio all’Occidente. La NATO, che ha fatto decollare immediatamente i caccia dalla Polonia e ha messo in allerta le difese sul fianco est, ha reagito come se il rischio d’incidente fosse concreto. Il conflitto sembra varcare la soglia del confronto indiretto.

I droni Shahed e le varianti prodotte in Russia rappresentano una svolta nella guerra. Costano poco, sono facili da produrre in serie e saturano i radar ucraini costringendo Kyiv a consumare missili intercettori molto più costosi. È la classica logica di “guerra economica d’attrito”: danneggiare non solo le infrastrutture nemiche ma il bilancio, l’industria della difesa e la capacità di sostegno politico occidentale. L’Ucraina spende più di quanto Mosca investe per infliggerle danni, e questo divario rischia di stremare gli arsenali europei.

Lo spazio aereo polacco è stato chiuso in via precauzionale; F-35 e radar in massima attività. Nello stesso tempo la missione “Baltic Sentry”, già avviata per proteggere cavi e gasdotti nel Baltico, è stata rafforzata con nuove fregate e piattaforme ISR; l’“Eastern Sentry” sul fianco orientale ha ricevuto ulteriori risorse. Il messaggio è duplice: rassicurare i Paesi più esposti e segnalare a Mosca che ogni sconfinamento potrebbe avere risposta immediata. Ma più cresce la presenza militare a ridosso dei confini, più aumenta il rischio che un errore o un drone fuori rotta provochi lo scontro.

Gli incidenti con i droni in Danimarca, che hanno interrotto il traffico aereo civile, e le violazioni dello spazio aereo denunciate da Kiev contro l’Ungheria mostrano quanto sia fragile la linea tra guerra convenzionale in Ucraina e tensione regionale. Copenaghen parla di “attacchi ibridi”, Berlino valuta di modificare le leggi per autorizzare l’abbattimento di velivoli sospetti. Ogni misura di sicurezza aumenta il grado di frizione: basta un equivoco per accendere la scintilla.

Da New York, Zelensky ha avvertito che “Putin non aspetterà di finire la guerra in Ucraina, aprirà un altro fronte”, mentre Lavrov ha replicato promettendo una “risposta decisa” a ogni aggressione, bollando come “ciechi politici” quanti immaginano un ritorno ai confini del 2022. Trump, con toni canzonatori sulla Russia “tigre di carta”, alza l’asticella retorica americana. In questo gioco di accuse e sfide il fattore più temibile è l’errore di calcolo: nessuno vuole davvero la guerra con la NATO, ma tutti alzano la voce.

L’offensiva dei droni è anche un test di coesione europea: Mosca punta a logorare le scorte di missili, a far crescere i costi di protezione delle infrastrutture e a incrinare il consenso politico alle sanzioni. Le capitali dell’Est chiedono più deterrenza, quelle dell’Ovest temono la spirale dei costi e il rischio di escalation. Il terreno geopolitico europeo si fa più friabile, proprio quando l’industria bellica del continente mostra i suoi limiti di produzione rispetto al ritmo del conflitto.

Il fronte orientale della NATO non è mai stato così teso dal 1989. Non si tratta più soltanto di rifornire Kiev o di proteggere cavi sottomarini: si tratta di evitare che la guerra d’Ucraina diventi lo scintillio di una collisione diretta tra Alleanza Atlantica e Russia. L’equilibrio che ha retto fino a oggi, cioè combattimenti in Ucraina, prudenza oltre i confini, appare sempre più instabile. La finestra tra provocazione e incidente si restringe, e con essa la capacità di gestire la crisi.