di Giuseppe Gagliano –

Il piano di aiuti finanziari all’Ucraina da 90 miliardi di euro mette in luce una frattura sempre più evidente all’interno dell’Unione Europea. Tutti i governi dichiarano formalmente il sostegno a Kiev, ma divergenze su costi della guerra, interessi energetici e dinamiche politiche nazionali stanno rendendo sempre più difficile mantenere una linea comune.

Il vertice europeo di Bruxelles dovrà affrontare proprio questo nodo. Il prestito, destinato a coprire circa due terzi del fabbisogno finanziario ucraino fino al 2027, richiede l’approvazione unanime degli Stati membri. Un meccanismo nato per garantire coesione che oggi rischia di trasformarsi in un potere di veto capace di bloccare decisioni strategiche dell’intero blocco. In prima linea nel dissenso ci sono l’Ungheria di Viktor Orbán e la Slovacchia guidata da Robert Fico.

Alla base dello scontro c’è anche una questione energetica. Il danneggiamento dell’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio russo attraverso l’Ucraina verso Ungheria e Slovacchia, ha riaperto tensioni tra Kiev e alcune capitali dell’Europa centrale. Budapest e Bratislava beneficiano di un’esenzione dalle sanzioni europee sul petrolio russo e continuano a dipendere in parte da questa infrastruttura. Orbán accusa Kiev di rallentare le riparazioni per motivi politici e ha reagito bloccando sia il prestito europeo sia il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky respinge le accuse ma collega la riparazione dell’oleodotto a condizioni politiche e a un possibile cessate il fuoco, trasformando un’infrastruttura energetica in un elemento della pressione diplomatica.

Di fronte al rischio di veto, alcuni Paesi europei stanno valutando una soluzione alternativa. Stati baltici e nordici discutono un piano per fornire a Kiev circa 30 miliardi di euro attraverso prestiti bilaterali, aggirando il meccanismo dell’unanimità europea. Una scelta che permetterebbe di sostenere l’Ucraina ma segnerebbe anche un indebolimento della politica estera comune dell’Unione. Anche i Paesi Bassi si muovono in questa direzione, con aiuti bilaterali previsti per circa 3,5 miliardi di euro all’anno fino al 2029.

La posizione dell’Ungheria è legata anche alla politica interna. Il 12 aprile il Paese voterà in elezioni decisive e Orbán ha costruito parte della sua campagna su una linea fortemente critica verso Kiev. I sondaggi indicano una competizione serrata con il nuovo movimento guidato da Péter Magyar. Una eventuale sconfitta di Orbán potrebbe aprire a una posizione più favorevole al sostegno europeo all’Ucraina, mentre una sua vittoria consoliderebbe il fronte che ostacola alcune decisioni dell’Unione.

Bruxelles sta cercando di convincere Budapest con una combinazione di pressioni e incentivi. Sul tavolo ci sono fondi europei congelati e la possibilità di nuovi finanziamenti comunitari. Tra i dossier più sensibili figura il programma SAFE, che offre prestiti a basso costo per l’acquisto di armamenti. L’Ungheria ha chiesto circa 16 miliardi di euro attraverso questo strumento e la Commissione europea deve ancora approvare la richiesta.

La Slovacchia mantiene una posizione critica ma meno rigida. Il premier Robert Fico aveva minacciato di bloccare il prestito finché l’oleodotto Druzhba non fosse stato riparato. Dopo un incontro con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, Bratislava ha però mostrato segnali di apertura. Bruxelles avrebbe offerto assistenza tecnica e finanziaria per riparare l’infrastruttura energetica, un passo che potrebbe portare la Slovacchia ad abbandonare il fronte del veto.

Nel frattempo l’Ucraina resta fortemente dipendente dal sostegno internazionale. Il Fondo Monetario Internazionale ha approvato un prestito da 8,1 miliardi di dollari, ma solo una parte è stata erogata e diverse stime indicano che Kiev dispone di liquidità sufficiente solo fino all’inizio di maggio. Senza nuovi finanziamenti la posizione ucraina nei negoziati con Mosca rischierebbe di indebolirsi.

Il dibattito sul prestito europeo mostra quindi un’Unione sempre più divisa tra solidarietà politica e interessi nazionali. Se Bruxelles riuscirà a trovare un compromesso manterrà la capacità di agire come attore strategico unitario. In caso contrario, il sostegno a Kiev potrebbe trasformarsi in una serie di iniziative nazionali separate, segnando un ulteriore passo verso la frammentazione della politica europea sulla guerra.