Ucraina. Tra guerra e urne: il tempo politico di Zelensky

di Giuseppe Gagliano –

L’ipotesi che il presidente ucraino annunci un piano per elezioni presidenziali e referendum su un eventuale accordo di pace apre una finestra sul vero terreno di scontro di questa fase della guerra: la legittimità politica. Dopo anni di conflitto su larga scala, la questione non è soltanto militare ma istituzionale. Portare il Paese alle urne, anche solo come prospettiva, serve a Kiev per mostrarsi democrazia funzionante agli occhi degli alleati e, allo stesso tempo, per togliere a Mosca l’argomento di un potere prorogato dall’emergenza.
Ma il calendario politico si scontra con la realtà bellica. La legge marziale in vigore dal 2022 vieta le elezioni e non è un dettaglio formale: significa sicurezza dei seggi, registri elettorali aggiornati, partecipazione di milioni di sfollati e di soldati al fronte. Senza cessate il fuoco stabile, il voto rischia di essere più simbolico che reale.
L’idea di un referendum su un accordo con la Russia indica un altro elemento chiave: la leadership ucraina non vuole caricarsi da sola il peso di concessioni territoriali o compromessi strategici. Trasferire la decisione agli elettori significherebbe condividere la responsabilità politica di scelte dolorose, soprattutto sul Donbass.
Qui emerge la distanza tra le posizioni. Mosca punta al controllo pieno della regione orientale, mentre Kiev esclude cessioni definitive pur lasciando intravedere formule intermedie come zone smilitarizzate o regimi economici speciali. Sono soluzioni che congelano il conflitto più che risolverlo, ma che potrebbero essere presentate come tappe verso la stabilizzazione.
Gli Stati Uniti restano il convitato di pietra. Washington ha interesse a mostrare progressi diplomatici, anche in funzione delle proprie scadenze politiche interne. L’idea di elezioni anticipate in Ucraina rientra in una logica di normalizzazione: segnalare che la guerra non ha sospeso la vita democratica. Tuttavia Kiev chiede garanzie di sicurezza concrete prima di qualsiasi passo negoziale, perché un accordo senza ombrello militare occidentale sarebbe percepito come vulnerabile.
Il nodo è che la diplomazia corre più veloce dei fatti sul terreno. I colloqui non hanno sciolto le divergenze principali e gli attacchi russi contro infrastrutture energetiche continuano a colpire il sistema nervoso del Paese.
Le riunioni di Zelensky con i vertici militari sulla difesa aerea raccontano un’altra priorità: proteggere i civili e mantenere in funzione energia e riscaldamento. Le temperature invernali estreme trasformano ogni centrale colpita in un problema sociale oltre che strategico. Riparare reti elettriche e sistemi di riscaldamento diventa parte della resilienza nazionale.
Le critiche rivolte alle autorità locali mostrano che la tensione non è solo verso l’esterno. In tempo di guerra, l’efficienza amministrativa diventa questione di sicurezza. Minacciare responsabilità personali ai funzionari serve a trasmettere l’idea di uno Stato vigile, ma rivela anche le difficoltà di coordinamento in un Paese sotto pressione continua.
Sul piano economico, l’Ucraina resta dipendente dal sostegno occidentale per bilancio pubblico, ricostruzione e settore energetico. Ogni prospettiva di voto o di pace ha riflessi immediati sui flussi di aiuti, sugli investimenti futuri e sulla percezione di rischio. Un percorso politico credibile può rafforzare la fiducia dei partner, ma un processo elettorale instabile potrebbe fare l’opposto.
In chiave geoeconomica, il controllo delle regioni orientali non riguarda solo identità e sicurezza, ma anche risorse industriali, infrastrutture e corridoi logistici. Il Donbass è parte della struttura produttiva storica del Paese: perderlo o congelarlo in uno status ambiguo significa ridisegnare l’economia ucraina del dopoguerra.
Zelensky si muove dunque su tre tavoli simultanei: militare, diplomatico e politico interno. Annunciare elezioni e referendum può essere uno strumento di pressione negoziale, un messaggio agli alleati e un modo per rafforzare la propria legittimità. Ma finché i combattimenti continuano, la politica resta ostaggio della guerra.
Il vero interrogativo non è se gli ucraini voteranno presto, ma in quali condizioni di sicurezza e con quali confini di fatto. In questa guerra, le urne non segnano la fine del conflitto: possono al massimo diventare un altro fronte su cui si misura la sovranità del Paese.