di Leonardo Dini * –
LEOPOLI (UA). Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ribadito oggi la proposta di dialogo con la Russia, mentre prosegue l’offensiva ucraina, giunta al quarantesimo giorno, condotta con droni e missili Flamingo contro infrastrutture energetiche e militari russe. Gli attacchi hanno colpito in particolare la Crimea, dove ieri è stato proclamato lo stato di emergenza, ma hanno raggiunto anche Mosca e la Russia profonda, con incursioni record fino a 2.000 chilometri dal confine ucraino.
Al ritorno da un viaggio di un mese, compiuto nel giugno 2026 tra gli oblast occidentali dell’Ucraina e Cracovia, in Polonia, ho riscontrato direttamente il progressivo rafforzamento delle misure tecnico-militari di sicurezza nelle aree di confine polacche, la crescente militarizzazione di aeroporti e stazioni ferroviarie e, più in generale, dei territori orientali della Polonia verso Ucraina e Bielorussia.
Si tratta di una triplice frontiera: polacca, europea e Nato. La situazione appare oggi in equilibrio precario, analogamente a quanto avvenuto in Iran, tra due scenari contrapposti: un accordo di pace oppure un conflitto destinato a un’ulteriore escalation.
Lo scambio di attacchi tra Kiev e Mosca e il tentativo ucraino di mettere sotto pressione il dispositivo russo in Crimea si affiancano allo sforzo di Mosca di sfondare le linee difensive a Kostyantynivka, con l’obiettivo di completare la conquista del Donbass e assumere il controllo di Sloviansk e Kramatorsk, aree che anche l’ISW considera fortemente fortificate. Al momento appare poco realistico sia uno sfondamento russo nel breve periodo sia un’avanzata ucraina verso la Crimea.
Il rischio principale è piuttosto quello di un aggravamento del conflitto, non tanto per i mutamenti del contesto internazionale nell’Europa orientale e nei rapporti con Nato e ue, quanto per la possibilità di devastanti attacchi contro le rispettive capitali. Kiev continua infatti a essere ripetutamente minacciata dalla Russia, nonostante i sistemi Patriot, mentre anche Mosca si dimostra vulnerabile, pur disponendo dei sistemi Pantsir.
In Ucraina, anche negli oblast occidentali, che costituiscono la retrovia del conflitto, il clima resta caratterizzato da attesa, tensione e crescente stanchezza. Il logoramento collettivo, tanto della popolazione ucraina quanto di quella russa, rende la guerra sempre più impopolare su entrambi i fronti. Anche il reclutamento forzato e su larga scala incontra una crescente ostilità.
Quella che Mosca definisce un’Operazione militare speciale e che Kiev considera una guerra d’indipendenza dai tratti quasi neorisorgimentali sembra ormai dipendere più dagli equilibri e dagli squilibri globali che dagli stessi attori regionali.
A ciò si aggiunge la guerra parallela dell’energia. Le raffinerie russe continuano a essere bersaglio di attacchi, anche nell’area di Mosca, mentre la scarsità di carburante in Russia viene compensata solo in parte dalle forniture bielorusse. Parallelamente, il blocco alternato delle petroliere nello Stretto di Hormuz ha fatto aumentare il costo dei carburanti in Europa, danneggiato le economie degli Stati del Golfo e complicato gli approvvigionamenti energetici della Cina.
L’evoluzione della situazione in Medio Oriente, in Iran e in Ucraina, insieme alle tensioni che coinvolgono Taiwan e il Mar Cinese Meridionale, appare quindi sempre più interconnessa. In questo quadro, il paradosso della trappola di Tucidide potrebbe non riguardare più soltanto il confronto tra Stati Uniti e Cina attorno a Taiwan, ma estendersi anche al teatro ucraino. .
* Guest Professor in Italian Culture al Politecnico di Lviv (Leopoli) a.a.2025-2026; Expert della Link University di Roma in History of International Relations a.a. 2025-2026; Advisor nell’Osservatorio Sicurezza Nazionale della Pegaso University.




