di Giuseppe Gagliano –
Mentre Washington sbandiera intese separate con Mosca e Kiev per allentare le tensioni nel Mar Nero e proteggere le infrastrutture energetiche, sul terreno regna la confusione e soprattutto la sfiducia. Russia e Ucraina, il 26 marzo, si sono scambiate accuse di aver violato una tregua che, secondo la narrativa ufficiale americana, sarebbe entrata in vigore già al momento dell’annuncio. Ma, come spesso accade in questa guerra dalle mille verità, ciascuna parte rivendica l’opposto dell’altra. E intanto gli attacchi continuano.
Il Cremlino insiste: “Abbiamo sospeso le operazioni sugli obiettivi energetici dal 18 marzo”. Kiev replica: “Dal 18 marzo, Mosca ha colpito almeno otto infrastrutture critiche”. Una battaglia nella battaglia, dove i fatti contano meno delle versioni e le tregue diventano strumenti di pressione diplomatica.
Il nodo centrale, però, è altrove: la Russia vuole la riattivazione dell’accesso al circuito SWIFT per una sua banca statale in cambio del rispetto della tregua. L’Unione Europea, dal canto suo, chiude la porta: finché i soldati russi restano in Ucraina, nessun allentamento delle sanzioni. Siamo, insomma, al solito braccio di ferro: le condizioni poste da Mosca vengono definite “inaccettabili” da Bruxelles, che invoca il ritiro incondizionato delle truppe come precondizione per qualunque apertura.
Nel frattempo l’Ucraina accusa Mosca di aver lanciato il più massiccio attacco con droni mai subito su Kryvyi Rih e di aver colpito altri bersagli strategici. La Russia contrattacca a parole, parlando di incursioni ucraine su depositi di gas e strutture nelle regioni di confine come Bryansk e Kursk. Nessuna tregua, insomma. Solo un altro capitolo della guerra delle dichiarazioni, delle accuse incrociate, delle tregue che esistono solo nei comunicati stampa.
Zelensky da Parigi torna a chiedere nuove sanzioni contro Mosca, accusandola di voler solo guadagnare tempo. E l’Europa? Tra timori politici, vincoli logistici e mancanza di consenso, i governi si affannano a cercare formule alternative alla presenza diretta di truppe, senza però offrire soluzioni che possano realmente cambiare l’equilibrio sul campo.
E poi c’è la NATO, con il nuovo segretario generale Mark Rutte che getta acqua gelata sugli entusiasmi di chi sogna una “normalizzazione” con la Russia: serviranno decenni, dice, perché la fiducia è svanita. Ma forse, a ben vedere, non è mai davvero esistita.




