di Giuseppe Gagliano –
L’annuncio che nessuna tregua sarà possibile in Ucraina prima di Pasqua segna una battuta d’arresto clamorosa per l’amministrazione Trump, che aveva promesso un rapido cessate il fuoco e una pace “in 24 ore”. Ma dietro il fallimento non c’è solo l’ostinazione del Cremlino. C’è il disincanto di Washington di fronte a un conflitto che continua a sfuggire a ogni logica negoziale e che, sul terreno, segue una traiettoria autonoma, sempre più svincolata dalle pressioni diplomatiche.
Il Cremlino, per parte sua, gioca su più tavoli. Accetta formalmente tregue settoriali, come quella energetica, per poi denunciarne la violazione a ogni drone che cade. Lancia messaggi di cooperazione agli Stati Uniti, mentre rafforza i legami con la Cina e colpisce infrastrutture critiche in Ucraina. È una strategia di logoramento, che punta a esasperare la posizione negoziale dell’Ucraina e a spingere Trump a concedere qualcosa pur di salvare la faccia davanti all’opinione pubblica americana.
Il presidente statunitense dal canto suo è in trappola. Minaccia nuove sanzioni, promette dazi, evoca il ritorno all’unilateralismo economico, ma poi è costretto a escludere la Russia dalle misure più pesanti semplicemente perché “già sanzionata”. Una posizione debole, che rivela quanto poco margine abbia l’attuale Casa Bianca per influenzare davvero l’andamento della guerra.
Sul campo la guerra continua a colpire le strutture energetiche di entrambi i Paesi. Un segnale chiaro: l’energia è diventata non solo bersaglio, ma arma. Distruggere centrali, linee elettriche, impianti di distribuzione, significa rallentare la macchina bellica dell’altro, ma anche destabilizzare le retrovie civili. In questo schema, la “tregua energetica” è una finzione utile solo alla propaganda.
L’Ucraina, che ancora spera nell’appoggio pieno di Washington, denuncia ogni attacco e chiede sanzioni più dure. Ma è evidente che anche Kiev sta operando con crescente autonomia, colpendo dove può, senza attendere i tempi di Washington. Lo dimostrano gli attacchi nella regione di Kursk o a Svatove, che mostrano una strategia sempre più asimmetrica, fatta di droni e incursioni di precisione.
Il vero nodo, però, è politico. Se Trump non riesce a piegare la volontà di Putin, se non può più convincere Zelensky a sedersi a un tavolo a condizioni sfavorevoli, allora la retorica della “pace in 24 ore” si rivela per quello che è: uno slogan da campagna elettorale. Il mondo, nel frattempo, si adatta: la Germania piazza truppe permanenti in Lituania, la Cina stringe con Mosca, e il Medio Oriente torna centrale nella diplomazia statunitense, con l’Arabia Saudita pronta ad accogliere il presidente americano.
In Ucraina intanto si continua a morire. E la pace resta, come sempre, una parola per i comunicati stampa.




