di Guido Keller –
Non è andata giù a Donald Trump la richiesta di un governo di transizione e di nuove elezioni in Ucraina quale elemento delle trattative per il cessate-il-fuoco. Eppure la richiesta di Vladimir Putin era parte dei colloqui di Doha, perlomeno a sentire la parte russa: il mandato di Volodymyr Zelensky è infatti scaduto da diversi mesi, come pure quello del Parlamento da cui sono stati esclusi i partiti di opposizione, e il primo a fare un decreto legge per vietare a se stesso e a qualsiasi esponente ucraino di trattare con Mosca è stato proprio Zelensky.
La tregua risulta così essere ibernata, per cui il capo della Casa Bianca si è detto “molto arrabbiato”, per dirla in termini eufemistici. In realtà il Cremlino sta comunicando a Trump che la Russia non è l’Unione Europea ne’ il Sud America, dove si è tutti chiamati ad obbedire ai suoi ordini, come pure che intese, accordi e memoranda vanno rispettati in toto, compreso il capitolo delle sanzioni. E siccome non l’ha spuntata al primo colpo, cioè l’esatto opposto di quanto aveva promesso ai suoi (non a quelli russi) elettori, è tornato a minacciare nuove e pesanti sanzioni legate al commercio del petrolio.
Salvo poi farsela passare e aprire la porta: “la rabbia può passare presto, se Putin fa la cosa giusta. Conto di parlargli in settimana”. Gli ha risposto il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, riportando che “Il presidente Putin rimane aperto a tale comunicazione, che se necessario può venire concordata molto rapidamente”. Il direttore del dipartimento Organizzazioni internazionali, Kirill Logvinov, ha ricordato la contrarietà della Russia a forze di pace in Ucraina provenienti da paesi che hanno inviato armi, e che quindi sono palesemente di parte.
Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky “Putin vuole prorogare la guerra, si fa beffe degli sforzi per raggiungere la pace”. Ha osservato che “i russi stanno continuando ad attaccare e stanno preparando le forze per affondare nel territorio ucraino. Stiamo informando gli Usa e gli alleati europei dei piani in corso”.
L’Economist ha riportato che Zelensky sarebbe pronto a nuove elezioni subito dopo il cessate-il-fuoco completo, forse già a luglio, contando i 60 giorni necessari per la campagna elettorale. L’antagonista di Zelensky, l’ex presidente Petro Poroshenko e principale autore della politica filo europeista, filo atlantista e anti russa, punta invece a elezioni in autunno, in modo da avere maggiori possibilità di vincere.
Poroshenko è stato colui che ha prima firmato e poi disatteso il Protocollo di Minsk II, che tra le varie cose prevedeva la nascita delle autonomie di Donetsk e di Lugansk. Ha persino spedito nel Donbass,
ben prima del 2022, battaglioni di neonazisti dichiarati quali l’Azov e il Pravi Sektor per fare il lavoro sporco, con tanto di stragi di massa denunciate dall’Osce.
La filosofia di Mosca è che l’attuale regime di Kiev sia legittimato alla firma di accordi di tregua o di pace, ma è comunque disposta ad accettare che lo faccia un governo transitorio a guida Onu. Il nodo è quindi: prima la tregua o prima il nuovo governo?




