di Giuseppe Gagliano –
Il viaggio di ieri del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Parigi arriva in uno dei momenti più delicati della guerra. La perdita di terreno sul fronte orientale, l’ondata di scandali interni che ha travolto il suo cerchio più vicino e le incertezze sui negoziati con gli Stati Uniti compongono un quadro che somiglia sempre più a un percorso a ostacoli. Macron lo accoglie con calore, certo, ma il clima è quello di una diplomazia che procede a fatica, tra pressioni, sospetti e un equilibrio di forze che cambia sotto i piedi di tutti.
Il presidente francese ribadisce che solo l’Ucraina può decidere del proprio territorio. È una formula che rassicura Kiev, ma riflette anche il tentativo francese di ritagliarsi un ruolo di mediatore europeo mentre le grandi capitali, da Berlino a Roma, oscillano tra stanchezza strategica e obblighi di fedeltà atlantica. La chiamata collettiva con i leader europei va nella stessa direzione: mostrare unità e allo stesso tempo sondare il terreno in vista della fase critica dei negoziati.
Zelensky insiste sulla necessità di garanzie di sicurezza solide e sul rifiuto di qualsiasi accordo che possa apparire come una ricompensa alla Russia. È la linea che mantiene da tempo, ma il contesto è radicalmente cambiato. L’Ucraina non ha più lo slancio dei primi anni della guerra, mentre la Russia continua a consumare territorio con avanzate lente ma costanti.
La parte più sensibile riguarda il piano in 28 punti presentato da Washington. Un documento che, nella sua versione iniziale, ha colpito Kiev come un fulmine: taglio del territorio, riduzione delle forze armate, stop al percorso verso la NATO, divieto di ospitare truppe occidentali. Zelensky lo definisce una semi-capitolazione mascherata. Gli Stati Uniti, tramite il segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff, continuano a parlare di progressi, ma ammettono la difficoltà del negoziato.
La missione di Witkoff a Mosca — con Jared Kushner al seguito — aggiunge un elemento di inquietudine. Per la prima volta da mesi Washington e Mosca tornano a parlarsi con una certa regolarità, e l’Ucraina teme di essere la parte su cui ricadranno i compromessi. La diplomazia americana non lo dice apertamente, ma la stanchezza strategica degli Stati Uniti, già evidente nelle dichiarazioni politiche interne, pesa come un macigno.
Come se non bastasse, Kiev è attraversata dal più grande scandalo di corruzione dall’inizio del conflitto. La perquisizione della casa del capo dello staff di Zelensky, le sue dimissioni e il licenziamento di due ministri non sono solo episodi giudiziari: indeboliscono l’immagine di un governo che per due anni ha costruito la propria credibilità internazionale anche sulla promessa di trasparenza e riforme.
Per i partner europei, questo è un motivo in più per temere che la linea di resistenza totale non sia sostenibile nel lungo periodo. Per Washington, un rischio politico interno: il Congresso e l’opinione pubblica americana sono sempre più restii a finanziare un Paese percepito come tutt’altro che immune da vecchie pratiche.
Sul campo, intanto, la guerra continua a mordere. Le forze russe conquistano Klynove e puntano su Pokrovsk, l’obiettivo più importante degli ultimi due anni. Bombardano ogni notte le città ucraine, devastano officine, fabbriche, infrastrutture energetiche. L’Ucraina risponde colpendo i terminal petroliferi russi e le petroliere nel Mar Nero, tentando di danneggiare l’economia del Cremlino e rallentare lo sforzo bellico.
Ma la disparità delle risorse rimane. Le linee ucraine sono sotto pressione costante e la rotazione delle truppe è sempre più difficile. Ogni mese che passa, la capacità di Kiev di sostenere operazioni su larga scala si riduce, mentre Mosca sembra avere accettato la logica della guerra lunga.
Il presidente francese gioca una partita su due tavoli: garantire a Kiev l’appoggio necessario per non cedere e, allo stesso tempo, preparare il terreno a un possibile compromesso che non umili l’Ucraina e non premi eccessivamente la Russia. Parigi, più di altre capitali europee, sa che un accordo calato dall’alto rischierebbe di spaccare l’UE e di alimentare nuove tensioni tra Est e Ovest.
Per Zelensky, la missione è diversa: tenere unito il fronte occidentale e impedire che l’Ucraina venga percepita come un peso. Ecco perché insiste sulla sovranità, sulle garanzie, sulla necessità di non lasciare a Mosca nulla che possa essere interpretato come una vittoria strategica.
La sensazione è che il conflitto stia entrando nella fase in cui la diplomazia diventa inevitabile. Non perché le parti siano vicine, ma perché lo sforzo bellico ha raggiunto un punto di saturazione. L’Ucraina deve difendere ciò che resta delle sue posizioni e delle sue istituzioni. La Russia vuole consolidare i guadagni. L’Europa teme il logoramento. Gli Stati Uniti vogliono chiudere un fronte per potersi concentrare sulla Cina.
Nessuno può permettersi di perdere, ma nessuno è più in grado di vincere in senso pieno. E in questo spazio angusto si muovono Zelensky, Macron, Trump e Putin, ciascuno con una visione diversa del futuro. Un futuro che, alla fine, potrebbe dipendere meno dalle dichiarazioni pubbliche e molto di più dalle trattative riservate che si svolgono lontano dai riflettori.












