
di Giuseppe Gagliano –
Il blocco dello Stretto di Hormuz riporta l’Europa davanti a una realtà che da anni cerca di rinviare: senza sicurezza energetica non esiste vera autonomia politica ed economica. La minaccia sulle rotte del Golfo Persico ha fatto tornare tensione sui mercati, alimentando il timore di nuovi rincari energetici e spingendo i governi europei a cercare fornitori alternativi. In questo scenario l’Algeria torna al centro della strategia mediterranea dell’Europa e soprattutto dell’Italia.
Per Roma, Algeri rappresenta ormai un partner energetico strategico dopo la riduzione delle forniture russe seguita alla guerra in Ucraina. Le nuove licenze energetiche algerine per il 2026, in aree come Ouargla e Illizi, confermano la volontà del Paese nordafricano di attrarre investimenti internazionali e aumentare la produzione di gas. Ma la questione più delicata riguarda il gas da scisto, risorsa di cui l’Algeria possiede alcune delle maggiori riserve mondiali.
Qui emerge il paradosso europeo. Molti Paesi dell’Unione rifiutano lo sfruttamento del gas da scisto sul proprio territorio per motivi ambientali e politici, ma guardano con interesse alla possibilità di importarlo dall’estero. L’Europa difende la transizione ecologica nei documenti ufficiali, ma quando le rotte energetiche diventano instabili torna rapidamente a cercare nuove forniture fossili nel Nord Africa.
L’Algeria possiede vantaggi evidenti: vicinanza geografica, infrastrutture già collegate all’Europa e una lunga esperienza nel settore degli idrocarburi. Tuttavia il Paese deve fare i conti con un problema strutturale: il consumo interno di gas continua ad aumentare e riduce la quota disponibile per l’export. Anche in caso di crescita della produzione, non è scontato che le esportazioni verso l’Europa aumentino in modo sufficiente da compensare le vulnerabilità energetiche europee.
Lo sfruttamento del gas da scisto potrebbe rafforzare enormemente il peso geopolitico di Algeri, ma presenta ostacoli tecnici, ambientali e sociali. La fratturazione idraulica richiede grandi quantità d’acqua, un tema particolarmente sensibile nelle regioni sahariane. Inoltre potrebbero emergere tensioni locali legate all’impatto ambientale e alla redistribuzione delle rendite energetiche.
Sul piano strategico si delineano tre scenari. Nel primo, più favorevole, l’Algeria riesce ad attrarre capitali occidentali e asiatici, aumenta la produzione e diventa uno dei principali pilastri energetici dell’Europa meridionale. Nel secondo scenario la crescita produttiva viene in parte assorbita dal mercato interno, limitando il contributo verso l’Europa. Nel terzo, più critico, gli investimenti rallentano e il gas da scisto non riesce a trasformarsi in produzione reale, lasciando l’Europa nuovamente esposta alle crisi globali.
Il blocco di Hormuz ricorda inoltre che l’energia non è solo economia, ma anche sicurezza militare. Le rotte del Golfo restano vulnerabili alle tensioni regionali e costringono le potenze occidentali a proteggere traffici e infrastrutture strategiche. In questo senso il gas algerino offre un vantaggio: arriva via gasdotto e riduce la dipendenza dalle rotte marittime più instabili. Ma anche questa sicurezza è relativa. I gasdotti possono essere sabotati, mentre il Sahara e il Sahel restano aree attraversate da instabilità, traffici illegali e competizione geopolitica.
La posizione internazionale dell’Algeria si è rafforzata negli ultimi anni. La riduzione del peso del gas russo in Europa e l’incertezza sulle rotte del Golfo permettono ad Algeri di negoziare da una posizione più forte con Europa, Cina e Russia. Il gas diventa così uno strumento di politica estera e di pressione diplomatica.
Per l’Europa la crisi energetica assume ormai una dimensione industriale. Il costo elevato dell’energia riduce la competitività di settori strategici come chimica, acciaio, ceramica, fertilizzanti e manifattura. La deindustrializzazione procede lentamente ma costantemente, alimentata proprio dal divario energetico rispetto agli Stati Uniti e ad altre economie concorrenti.
Il gas algerino può alleviare parte di questa pressione, ma non rappresenta una soluzione definitiva. La vera debolezza europea resta l’assenza di una strategia energetica coerente. L’Unione continua a oscillare tra obiettivi climatici, dipendenza dalle importazioni e ritardi negli investimenti infrastrutturali.
Per l’Italia la partita è ancora più importante. Grazie al gasdotto Transmed, alla presenza di Eni e alla vicinanza geografica, Roma può rafforzare il proprio ruolo di hub energetico mediterraneo. Ma per evitare di diventare soltanto un Paese di transito, dovrà trasformare la relazione con l’Algeria in una partnership industriale più ampia, che coinvolga infrastrutture, elettricità, idrogeno, sicurezza energetica e cooperazione tecnologica.
La crisi di Hormuz mostra dunque che l’energia resta una questione di potenza, diplomazia e sicurezza. L’Algeria può diventare un partner decisivo per l’Europa, ma non può sostituire una vera strategia continentale. Il gas da scisto algerino finisce così per rappresentare soprattutto uno specchio delle contraddizioni europee: il rifiuto di alcune scelte energetiche sul piano interno accompagnato dalla crescente dipendenza da risorse estratte altrove.











