di Giuseppe Gagliano –
Bloccare un’agenzia di stampa è sempre una scelta estrema, una di quelle che rivelano più debolezza che forza. La decisione dell’Unione Europea di oscurare su Telegram l’agenzia di stampa russa RIA Novosti non fa eccezione. È una mossa che parla di censura, di un tentativo maldestro di controllare la narrazione e di soffocare le voci dissidenti in un contesto che ormai assume sempre più i contorni di uno stato di guerra. Un conflitto non dichiarato, ma combattuto su diversi fronti, compreso quello dell’informazione.
I sostenitori di questa misura diranno che è un atto necessario per combattere la disinformazione russa. L’etichetta ormai inflazionata di fake news è diventata la scusa perfetta per giustificare ogni restrizione. Ma chi decide cosa sia disinformazione? In una democrazia che si rispetti, il cittadino dovrebbe essere messo in condizione di accedere a tutte le informazioni disponibili, anche quelle scomode o manipolate, per poi giudicarle autonomamente. Oscurare un canale di informazione significa togliere agli europei la possibilità di confrontarsi con altre narrazioni, per quanto discutibili possano essere. Questa non è protezione, ma censura. E, come ogni censura, porta con sé il rischio di alimentare sospetti, anziché dissiparli. Se l’Unione Europea è così sicura della forza della propria narrazione, perché teme così tanto quella di RIA Novosti?
La verità è che la censura non rafforza la democrazia, la indebolisce, perché spinge le persone a chiedersi cosa si stia cercando di nascondere. Oscurare un’agenzia di stampa non è un atto isolato: è un tassello di una più ampia strategia che trasforma l’informazione in un campo di battaglia. È una scelta tipica di uno stato di guerra, dove la comunicazione diventa un’arma e l’obiettivo non è più informare, ma dominare la narrazione. Questo approccio, però, rischia di fare più danni che benefici. Nel contesto attuale, l’Unione Europea si trova in una posizione complicata. La guerra in Ucraina ha messo sotto pressione i governi europei, costringendoli a prendere decisioni difficili e, spesso, impopolari. Ma la risposta a queste sfide non può essere una limitazione delle libertà fondamentali. Censurare un’agenzia di stampa non cambia la realtà sul campo, né aiuta a costruire consenso. Al contrario, rischia di alimentare divisioni interne e di rafforzare la percezione che l’Europa stia tradendo i propri valori. Il blocco di RIA Novosti su Telegram pone anche un problema di coerenza. L’Unione Europea si presenta come il baluardo della libertà di stampa e di espressione, ma questa decisione tradisce quei principi. Come può l’Europa criticare altri paesi per la mancanza di libertà quando essa stessa limita l’accesso all’informazione? Questa doppia morale non fa che indebolire la credibilità dell’Unione, sia al suo interno che sulla scena internazionale. La libertà di stampa è uno dei pilastri della democrazia. È facile difenderla quando tutto va bene, ma è proprio nei momenti di crisi che bisogna dimostrare coerenza e coraggio. L’oscuramento di RIA Novosti è un segnale preoccupante, che suggerisce una deriva verso una gestione autoritaria dell’informazione. Se l’Unione Europea vuole davvero distinguersi come modello di democrazia, deve avere il coraggio di resistere alla tentazione della censura. Deve fidarsi dei suoi cittadini, della loro capacità di discernere, e deve continuare a credere che il dialogo, anche con le voci critiche, sia sempre la strada migliore. In caso contrario, il rischio è che questa guerra dell’informazione diventi una guerra contro la libertà stessa.




