di Alessio Cuel

Sono in via di definizione le caselle della nuova Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, la quale ha ricevuto le proposte di nomina da parte dei governi nazionali e si appresta a comporre il complesso puzzle dei ventisei commissari che dovranno ricevere la fiducia del Parlamento europeo.

Tra le ragioni di stallo, manco a dirlo, c’è il “caso italiano” legato alla nomina di Raffaele Fitto. L’ex presidente della Puglia, 55 anni, è l’attuale ministro per gli affari europei, le politiche di coesione e il PNRR del governo Meloni. Pur essendo un esponente di spicco di Fratelli d’Italia, Fitto proviene da una famiglia democristiana ed è egli stesso ritenuto tra gli esponenti più moderati e dell’ala più dialogante all’interno del governo.

L’Italia è inoltre il terzo paese Ue per PIL e popolazione. Sembra paradossale, eppure nonostante la credibilità del profilo proposto e la rilevanza dell’Italia negli affari europei, almeno sulla carta, Meloni sta faticando a ottenere una nomina di peso e una vicepresidenza esecutiva all’interno della nuova Commissione.

Tutto ciò è il risultato del voto contrario della delegazione di Fratelli d’Italia a un secondo mandato di Ursula von der Leyen. Una scelta che, nel luglio scorso, ha posto i Conservatori e Riformisti (partito europeo a cui fa riferimento Fratelli d’Italia) all’opposizione della nuova Commissione, così come i Patrioti per l’Europa (Lega, Rassemblement National e Fidesz), Europa delle Nazioni Sovrane (Alternative für Deutschland) e La Sinistra (Sinistra Italiana, Movimento 5 Stelle e La France insoumise).

La scelta di votare contro un secondo mandato a Ursula von der Leyen fu giustificata, dal capodelegazione dei meloniani all’Eurocamera Carlo Fidanza, con la necessità di dar vita a un progetto di cambiamento, dando così seguito alle indicazioni ricevute dagli elettori l’8 e il 9 giugno.

E ora? Da una parte Fratelli d’Italia ha scelto di collocarsi all’opposizione di von der Leyen, e quindi Verdi, Socialisti e Democratici e Renew Europe si oppongono all’elezione di Fitto. Dall’altra l’Italia non può certo rinunciare a un commissario di peso né rimanere fuori dalla partita delle vicepresidenze esecutive.

Una mediazione potrebbe arrivare dai progressisti italiani, che rappresentano la delegazione più numerosa all’interno del gruppo dei Socialisti e Democratici. Giorgio Gori, esponente dell’ala liberale del Partito Democratico ed eletto con quasi 210mila voti nella circoscrizione nord-ovest, prova dalle colonne di Repubblica a gettare acqua sul fuoco.

“Sì alla vicepresidenza esecutiva della Commissione Ue per Fitto se si dimostra un vero europeista”, è il ragionamento dell’ex sindaco di Bergamo, che prosegue. “Fitto è un democristiano, non certo un esponente dell’estrema destra, anche se Meloni ha sbagliato a votare contro von der Leyen a luglio”.

Un “peccato originale” dunque la collocazione all’opposizione della nuova Commissione da parte di Fratelli d’Italia. E, ora, il tentativo di salvare baracca e burattini spedendo Fitto a Bruxelles. La mediazione dei democratici italiani potrà essere potenzialmente decisiva, nell’aspettativa che l’interesse nazionale prevalga sulle divergenze politiche.

Ore concitate nell’attesa che martedì a Strasburgo von der Leyen presenti la nuova Commissione ai capigruppo del Parlamento europeo.