di Alessio Cuel –
Esternalizzazione delle politiche migratorie e depennamento di alcuni paesi di provenienza dei migranti dalla lista di quelli considerati “non sicuri”: sembrano essere queste alcune delle linee guida della nuova governance europea in tema di migrazione.
Nel Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre, i capi di stato e di governo dei ventisette paesi UE hanno discusso della lettera giunta qualche giorno prima del vertice dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, la quale invitava i leader europei a prendere in considerazione l’ipotesi di implementare hub extraterritoriali per il trattenimento e il respingimento dei migranti. Un riferimento non troppo implicito al “modello Albania”, dunque, che ha incontrato il favore di Giorgia Meloni e dei leader più schierati a destra.
Il primo ministro polacco Donald Tusk ha condiviso con i suoi omologhi europei forte preoccupazione per i numerosi arrivi di migranti irregolari da est, nel timore che Russia e Bielorussia utilizzino proprio il fenomeno migratorio come strumento per destabilizzare l’Europa. A questo proposito, Tusk ha suggerito di sospendere il diritto di asilo per i migranti irregolari.
Più cauto, anche rispetto al modello Albania, l’approccio di Spagna, Francia e Germania. Pedro Sanchez, al termine del vertice dei capi di stato e di governo, ha evidenziato come il paese iberico miri certamente a implementare un sistema di gestione dei fenomeni migratori più ordinato, sicuro ed equo, ma ha anche sottolineato come tentativi di esternalizzazione come quello avviato dall’Italia possano potenzialmente creare più danni che benefici.
Questa una delle conclusioni in tema di migrazione: “Il Consiglio europeo sollecita un’azione risoluta a tutti i livelli per facilitare, aumentare e accelerare i rimpatri dall’Unione europea, mediante il ricorso all’insieme delle politiche, degli strumenti e dei mezzi pertinenti di cui l’UE dispone, compresi la diplomazia, lo sviluppo, il commercio e i visti. Invita la Commissione a presentare con urgenza una nuova proposta legislativa”.
Mentre i Paesi Bassi valutano la possibilità di esternalizzare in Uganda i centri di permanenza temporanea dei migranti, e la Danimarca riflette sull’eventualità di rendere il Kosovo “la sua Albania”, proprio il modello fortemente voluto dalla premier Meloni inizia a scricchiolare.
Dei 16 migranti approdati il 16 ottobre a Gjadër, nessuno verrà trattenuto nel centro di permanenza per il rimpatrio. Due di loro si sono dichiarati minorenni e altri due hanno riferito di avere problemi di salute, e sono stati pertanto riportati in Italia con una motovedetta della Marina.
Anche gli altri 12 sono già stati riportati in Italia: secondo i giudici della sezione per i diritti della persona e immigrazione del tribunale di Roma non possono essere trattenuti in Albania e assoggettati alla procedura di frontiera, in quanto provenienti da Egitto e Bangladesh, paesi considerati “non sicuri” da una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Il protocollo d’intesa italo-albanese, infatti, prevede che possano essere trasferiti in Albania solo uomini adulti, non vulnerabili e provenienti da paesi considerati sicuri.
Mentre von der Leyen guarda anche al modello Meloni tra le possibili panacee del problema migratorio, dunque, proprio la gestione congiunta italo-albanese mostra le prime falle. Sullo sfondo, si staglia l’ennesimo capitolo dello scontro tra politica e magistratura, destinato a inasprirsi nei prossimi mesi.




