di Giuseppe Gagliano –
L’Europa accelera sulla costruzione di una propria difesa comune, spinta dal timore di un progressivo disimpegno degli Stati Uniti, ma il progetto di un esercito europeo resta fragile, segnato da divisioni politiche, ambiguità strategiche e forti dipendenze esterne.
L’idea di una nuova alleanza militare continentale prende forma a Bruxelles non tanto da una visione condivisa, quanto dalla crescente incertezza sul ruolo americano nella sicurezza europea, mentre Washington concentra sempre più risorse sull’Indo-Pacifico. In questo contesto, la proposta di una forza permanente e di un Consiglio di sicurezza europeo appare più come un segnale politico che come una struttura già pronta a operare.
Alla base del progetto manca infatti una vera integrazione: non esiste una politica estera comune solida, né una catena di comando unificata, né una definizione condivisa delle priorità strategiche. I Paesi membri restano divisi da interessi divergenti e diverse percezioni delle minacce, con l’Est focalizzato sulla Russia e l’Ovest più orientato a un equilibrio tra autonomia e alleanza atlantica.
La spinta verso una difesa europea si inserisce nella crisi del rapporto con gli Stati Uniti, resa esplicita negli ultimi anni da posizioni sempre più critiche verso il peso dell’Europa all’interno della NATO. Il rischio è che il continente costruisca una struttura militare reattiva, guidata dall’emergenza, senza una reale autonomia politica.
Un elemento centrale del nuovo assetto sarebbe l’inclusione dell’Ucraina, insieme a Regno Unito e Norvegia, nella futura architettura di sicurezza. Questa scelta segnerebbe un cambiamento profondo: l’Europa non si limiterebbe più a sostenere Kiev, ma inizierebbe a ridefinire la propria strategia partendo dal conflitto con la Russia, con il pericolo di consolidare una contrapposizione permanente con Mosca.
Oltre agli ostacoli politici, emergono anche implicazioni economiche rilevanti. La difesa si sta trasformando in una leva industriale strategica, con investimenti in armamenti, tecnologia e logistica che ridisegnano gli equilibri tra i Paesi membri. In questo scenario, alcune economie rischiano di restare subordinate, partecipando alla filiera senza incidere sulle decisioni.
Sul piano militare, la creazione di una forza europea efficace richiederebbe capacità integrate, investimenti ingenti e una volontà politica costante. Senza questi elementi, il progetto rischia di rimanere simbolico, incapace di incidere realmente sugli equilibri globali.
La sfida per l’Europa è quindi decisiva: costruire una difesa autonoma e coerente oppure limitarsi a un riarmo dettato dalla paura. Da questa scelta dipenderà se il continente riuscirà a diventare un attore strategico indipendente o resterà esposto, più armato ma ancora vincolato alle decisioni altrui.












