di Giuseppe Gagliano –
Il caso del giornalista Hüseyin Doğru e quello dell’ex analista militare svizzero Jacques Baud riaccendono il confronto sui limiti delle sanzioni europee e sul rapporto sempre più delicato tra sicurezza, informazione e libertà di espressione. Al centro della questione vi è l’utilizzo di misure restrittive contro figure accusate dalle istituzioni europee di contribuire, attraverso le proprie attività mediatiche e comunicative, a favorire gli interessi della Russia nel contesto della guerra ibrida contro l’Occidente.
Nel maggio 2025 il Consiglio dell’Unione Europea ha inserito Doğru e la sua organizzazione mediatica tra i soggetti colpiti dalle misure contro le attività considerate destabilizzanti per l’Unione e i suoi partner. Secondo Bruxelles, i contenuti diffusi avrebbero contribuito ad alimentare divisioni politiche, sociali ed etniche, favorendo indirettamente obiettivi strategici riconducibili a Mosca.
Una logica simile è stata applicata a Jacques Baud, ex colonnello svizzero ed ex funzionario impegnato in attività di intelligence e sicurezza internazionale. Le istituzioni europee lo hanno indicato come diffusore di narrazioni considerate favorevoli alla Russia e critiche nei confronti della posizione occidentale sulla guerra in Ucraina.
I due casi presentano caratteristiche differenti, ma sollevano interrogativi comuni. Le misure adottate non riguardano infatti accuse tradizionali come spionaggio, finanziamento di attività ostili o collaborazione diretta con apparati stranieri, bensì il ruolo attribuito alle opinioni, alle analisi e ai contenuti pubblicati. È proprio questo aspetto ad alimentare il dibattito sul confine tra contrasto alla disinformazione e tutela del pluralismo.
L’Unione Europea giustifica tali strumenti con la necessità di rispondere alle operazioni di influenza e alla guerra informativa condotta dalla Russia. Negli ultimi anni Bruxelles ha progressivamente ampliato il proprio arsenale normativo per contrastare campagne di manipolazione dell’informazione considerate una minaccia alla sicurezza europea e alla stabilità democratica.
I critici di questo approccio sostengono però che il rischio sia quello di attribuire a valutazioni politiche un peso crescente rispetto all’accertamento giudiziario dei fatti. In questa prospettiva, il pericolo sarebbe quello di trasformare opinioni controverse o posizioni minoritarie in elementi sufficienti per giustificare misure che incidono pesantemente sulla vita economica e professionale delle persone coinvolte.
Le conseguenze delle sanzioni non sono infatti soltanto simboliche. Il congelamento dei conti, le restrizioni finanziarie e le limitazioni operative possono rendere estremamente difficile continuare a svolgere attività professionali, giornalistiche o consulenziali. Per questo motivo il tema viene osservato con crescente attenzione anche da giuristi e organizzazioni impegnate nella tutela delle libertà civili.
Sul piano geopolitico la questione riflette un cambiamento più ampio. La guerra in Ucraina e il confronto tra Russia e Occidente hanno accentuato la centralità dello spazio informativo come terreno di competizione strategica. Informazione, comunicazione, social network e produzione di contenuti sono ormai considerati strumenti capaci di influenzare direttamente la sicurezza nazionale e la stabilità politica.
Proprio per questo il dibattito resta aperto. Da una parte vi è l’esigenza di contrastare operazioni di influenza e campagne coordinate di disinformazione. Dall’altra emerge la necessità di preservare i principi dello Stato di diritto, la libertà di espressione e il pluralismo delle opinioni. La sfida per l’Europa sarà trovare un equilibrio tra queste esigenze senza compromettere quei valori democratici che costituiscono uno dei fondamenti della sua legittimità politica.




