di Giuseppe Gagliano –
Quando Andrius Kubilius, commissario europeo alla Difesa ed ex premier lituano, dice che i Paesi dell’Unione Europea dovrebbero avere “garanzie multiple” per la propria sicurezza, non sta solo proponendo un aggiornamento tecnico dei trattati. Sta fotografando un’Europa che non si fida più del mondo attorno a sé e, in parte, nemmeno di se stessa. Il riferimento all’articolo 5 della NATO, pilastro della difesa collettiva occidentale, non è un gesto simbolico: è il riconoscimento che quel pilastro rischia di non essere più sufficiente per i Paesi del fianco orientale, quelli che vivono la Russia non come una minaccia teorica, ma come un’ipotesi concreta di crisi.
Kubilius parla da Vilnius, non da un ufficio di Bruxelles. E la geografia conta. I baltici hanno imparato sulla loro pelle che la sovranità è un bene fragile e che le garanzie contano solo se sono molteplici, ridondanti, immediate. L’Eurozona ha la sua clausola di difesa, l’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona, ma nessuno l’ha mai considerata davvero operativa. È debole perché imprecisa, debole perché subordinata al fatto che gli Stati membri esercitano e combattono insieme soprattutto sotto il comando della NATO. Debole perché gli europei, dopo trent’anni di pace apparente, hanno preferito delegare la parte più dura della sicurezza ai soldati americani.
E il punto è proprio questo: Washington non è più un punto fisso. Da mesi l’amministrazione statunitense alterna rassicurazioni ufficiali a scelte che rivelano una strategia di riposizionamento globale. Prima le critiche a chi spende poco nella difesa, poi i dubbi sulla permanenza delle truppe in Europa, infine il ritiro della brigata americana dalla Romania e la decisione di non sostituirla. Tutto mentre l’intelligence europea avverte che Mosca potrebbe mettere alla prova la solidarietà atlantica prima della fine del decennio. Per i baltici, per i polacchi, per gli Stati vicini alla Russia, il messaggio è arrivato forte e chiaro: bisogna prepararsi a uno scenario in cui la deterrenza non può più poggiare su un solo pilastro.
La Commissione europea ha capito il clima e ha tirato fuori il piano più ambizioso degli ultimi vent’anni: fino a ottocento miliardi di euro in investimenti per la difesa entro il 2030. Armi, munizioni, droni, sorveglianza, protezione del fianco orientale, progetti “faro”, e soprattutto quel “muro di droni” pensato per monitorare e scoraggiare le violazioni dello spazio aereo, ormai sempre più frequenti. Ma anche qui riaffiora la contraddizione europea: i soldi sono dell’UE, ma l’attuazione resta quasi interamente legata alla NATO, perché la difesa continua a essere una competenza nazionale. I trattati europei sono pieni di clausole che evocano solidarietà e integrazione, ma quando si parla di eserciti, comandi, catene di comando, gli Stati membri tengono stretto tutto dentro i propri confini.
L’appello di Kubilius ha una chiara radice politica. Non è un gesto accademico, ma il tentativo di avviare una discussione che molti governi europei evitano da anni. L’ex premier lituano sa che una parte dell’opinione pubblica europea non percepisce la Russia come una minaccia imminente, e che molti governi vorrebbero evitare qualsiasi tensione con Washington. Ma sa anche che l’Europa orientale vive una realtà completamente diversa: una regione in cui ogni distacco americano, anche minimo, viene percepito come una falla nel sistema.
Nelle sue parole riecheggia anche l’avvertimento del generale Robert Brieger, presidente uscente del Comitato militare dell’UE, che pochi mesi fa ha definito l’articolo 42.7 “inadatto al futuro”. Una frase che descrive con brutalità la distanza tra ciò che l’Europa dice di voler essere e ciò che realmente è.
Il punto centrale della proposta di Kubilius è semplice: la sicurezza europea deve diventare ridondante, multilivello, sovrapposta. Un sistema in cui il pilastro NATO resta fondamentale, ma accanto a esso esistono garanzie europee operative e impegni reciproci più vincolanti tra i Paesi del fianco orientale. Nessuna illusione di autonomia strategica totale, ma un mosaico di protezioni che, sommate, rendano l’Europa meno esposta alle oscillazioni della politica americana e più preparata alle sfide russe.
Si tratta di un cambio di mentalità prima ancora che di trattati. Significa abbandonare l’idea che la sicurezza sia un prodotto importato dagli Stati Uniti e accettare che la difesa sarà sempre più una responsabilità condivisa, un costo politico ed economico interno, un terreno dove l’Europa non può più limitarsi a reagire.
Kubilius, in fondo, dice ciò che molti pensano ma pochi vogliono ammettere: la Guerra Fredda è finita da trent’anni, ma il mondo non è diventato più semplice. E oggi, per la prima volta, l’Europa non può più dare per scontato che la sua sicurezza sia protetta da altri. Ora deve imparare a proteggerla da sola, o almeno a costruire abbastanza garanzie da non essere mai più colta impreparata.




