di Giuseppe Lai –
Il 29 maggio scorso si è tenuta a Bruxelles una riunione del Collegio dei Commissari europei sulle relazioni economiche UE -Cina. Tra i temi specifici del dibattito, l’analisi delle opportunità e delle sfide legate agli scambi commerciali con Pechino, con particolare riferimento a quello che la stessa Europa ha definito “Shock cinese 2.0”. Uno slogan tutt’altro che effimero: richiama il concetto di “sovraccapacità produttiva”, riferibile all’enorme quantitativo di export cinese che inonda sistematicamente il mercato europeo. Grazie ai massicci sussidi statali, una quantità rilevante di merci appartenenti a settori strategici come auto elettriche, acciaio e transizione energetica viene offerta a basso costo.
Tale pratica sleale distorce i mercati ed ha effetti negativi sul comparto industriale del Vecchio Continente, erodendo i margini di profitto delle imprese e aumentando il rischio di deindustrializzazione e di incremento del deficit commerciale. Un fattore, quest’ultimo, da non sottovalutare: l’Europa importa attualmente quasi il doppio di quanto esporta in Cina. Per fronteggiare la situazione l’UE sta implementando in ambito commerciale una serie di azioni di salvaguardia. Tra queste, lo “strumento sulla sovraccapacità”, una tutela intersettoriale in grado di limitare l’accesso della Cina ai mercati dell’UE quando l’export industriale di Pechino minaccia i settori strategici europei. Si affiancherà allo Strumento anti-coercizione (ACI) e a norme più severe in materia di cybersicurezza che potrebbero limitare ulteriormente i fornitori cinesi nel settore delle infrastrutture digitali critiche. A questa reazione europea la Cina ha risposto con la minaccia di ritorsioni, accantonando di fatto l’opzione negoziale.
Il 7 aprile scorso Pechino ha promulgato le norme sulla sicurezza industriale e della catena di approvvigionamento, che introducono meccanismi per identificare le misure estere giudicate “discriminatorie” e autorizzano contromisure che includono, tra l’altro, possibili interruzioni della catena di approvvigionamento. Un contenzioso delicato, nel quale appare evidente la legittimità delle misure difensive europee nei confronti del colosso asiatico, ma dove si rendono altrettanto manifeste le fragilità strutturali dell’Unione.
Alle ritorsioni cinesi, infatti, l’Europa non oppone la compattezza degli Stati membri ma una divisione strutturale che indebolisce l’efficacia delle stesse contromisure. Nel merito, è sufficiente ricordare che alcune settimane fa un documento condiviso da Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Lituania chiedeva un’imposizione più rapida di dazi. Successivamente la Spagna ha preso le distanze, con il suo ministro dell’economia che ha manifestato riluttanza all’inasprimento delle misure, mentre la Germania, sempre attenta ai propri interessi in materia di export, ha optato per la cautela. Una prudenza che non desta meraviglia, considerato che Spagna e Germania sono economie fortemente integrate nel mercato cinese. Tali distinguo, dunque, oltre a evidenziare un fattore divisivo all’interno dell’Unione, testimoniano che la Cina resta un mercato strategico per molte aziende europee. La domanda cinese, ad esempio, è molto alta nel settore farmaceutico, nell’health care e nella green digital transformation. Inoltre, sono molto richieste le competenze europee nella meccanica di precisione e nella robotica, come in tutto ciò che ruota intorno all’agroalimentare, al lifestyle e all’artigianato di lusso.
Il punto centrale è che la produzione merceologica europea ad alta tecnologia destinata al mercato cinese necessita delle materie prime importate dalla Cina. Questo spiega la forte asimmetria di potere contrattuale tra l’Europa e il colosso asiatico e i timori dell’Unione su potenziali ritorsioni in caso di stretta normativa sugli scambi con il Dragone. Secondo le stime del Parlamento europeo, Pechino controlla circa il 60% della produzione mondiale delle materie prime critiche e quasi il 90% della capacità globale di raffinazione. L’Unione europea dipende dalla Cina per circa il 90% delle sue forniture di materie prime strategiche e per il 98% dei magneti alle terre rare, elementi fondamentali per l’industria tecnologica e della mobilità elettrica. A ciò si aggiunge che negli ultimi anni Pechino ha ridotto le esportazioni di terre rare verso l’Europa, alimentando i timori di una dipendenza geopolitica difficile da sostenere nel lungo periodo.
La soluzione principe per l’emancipazione da tali dipendenze passa per l’autonomia strategica, un tema certamente non nuovo per l’Europa, che richiede l’avvio di un percorso non più ineludibile. In base a un’analisi dell’Istituto dell’Unione Europea per gli Studi sulla Sicurezza (IUESS), gli attuali sforzi di diversificazione degli approvvigionamenti di Europa, Stati Uniti e Giappone, nell’arco del prossimo decennio non produrranno un’alternativa né ai volumi né alla gamma di materie prime critiche e componenti correlati che detiene la Cina. Pertanto, in base al Rapporto, senza un’accelerazione molto più decisa delle politiche di diversificazione e di deterrenza, nei prossimi anni la capacità della Cina di esercitare pressione economica sull’Europa continuerà ad aumentare.
Il Rapporto contiene una serie di interventi tesi a rafforzare l’autonomia europea sul piano economico e della cooperazione internazionale, tra cui figurano i seguenti: finanziare con risorse pubbliche nuovi impianti di estrazione e raffinazione in Europa e nei Paesi partner; introdurre forme di sostegno pubblico e garanzie di prezzo; creare una coalizione con Paesi come Australia, Corea del Sud, India, Brasile, Indonesia, Malesia e Repubblica Democratica del Congo. Per proteggere la domanda, invece, l’UE dovrebbe: introdurre misure commerciali coordinate; favorire negli appalti pubblici componenti prodotti in Europa e nei Paesi partner; sostenere filiere alternative a quelle dominate dalla Cina.
Sul fronte della deterrenza, infine, gli obiettivi dell’UE dovrebbero essere i seguenti: utilizzare maggiormente lo strumento anti-coercizione dell’UE (ACI); coordinarsi con Stati Uniti e Giappone per eventuali risposte economiche; usare come leva i controlli sulle esportazioni europee, in particolare nelle tecnologie avanzate per semiconduttori. Appare del tutto evidente che la sfida principale per avviare le varie azioni descritte parte da una visione condivisa a livello europeo. Questo il presupposto essenziale, che tuttavia deve fare i conti con specifici interessi economici di alcuni paesi membri. Il caso tedesco è emblematico sotto tale aspetto. La Germania, di cui la Cina è il primo partner commerciale, si trova nella condizione di bilanciare la difesa dei propri interessi industriali con l’esigenza di non compromettere gli enormi investimenti delle aziende tedesche in territorio cinese. In Cina operano circa 5.200 imprese tedesche, una quota rilevante che riguarda il comparto automotive, la meccanica e il settore elettrico. La Commissione di Ursula von der Leyen e i capi di Stato e di governo nel Consiglio europeo del prossimo 18-19 giugno porranno la questione generale del mutamento dei rapporti economico-commerciali tra l’Europa e la Cina e c’è da scommettere che il caso tedesco sarà tra i punti principali del dibattito.












