
di Giuseppe Gagliano –
L’Europa riscopre la leva come si riscoprono i vecchi rimedi della nonna: quando la casa brucia e non si sa più a che santo votarsi. Il continente più anziano del mondo, quello che già spende montagne di miliardi per la Difesa senza cavarne granché in termini di deterrenza, oggi ripropone il servizio militare come se bastasse un ritorno al passato per affrontare un presente molto più complicato. Dietro i proclami, però, si nascondono paure, calcoli politici e un certo dilettantismo strategico.
Il caso più emblematico è la Germania. Dopo aver congelato la leva nel 2011, Berlino ora la ripesca con un modello “ibrido”, camuffato da scelta moderna. Tutti i diciottenni dovranno registrarsi online, cosa che già la dice lunga sull’approccio burocratico-telematico del governo Merz, per poi essere selezionati. L’arruolamento resta teoricamente volontario, ma se non bastano i volontari scatta la coscrizione automatica. Un volontariato obbligatorio, verrebbe da dire. Obiettivo: gonfiare i ranghi per far contenta la Nato, che continua a chiedere più soldati come un ragioniere che non guarda mai al bilancio complessivo.
I Paesi nordici, che la leva non l’hanno mai realmente mollata, offrono un mosaico interessante. In Svezia la chiamata esiste, ma solo per una quota di giovani e senza distinzioni di genere. In Norvegia uomini e donne servono per 19 mesi, segno di un Paese che prende sul serio la difesa del proprio territorio. La Danimarca, più timida, ha esteso l’obbligo alle donne con un servizio minimo di quattro mesi. Tutti modelli che puntano non a riempire le caserme, ma ad avere una riserva ampia e pronta. Insomma, non si gioca a fare gli eserciti, li si costruisce.
Poi ci sono i Baltici, che con la Russia a un tiro di schioppo non possono permettersi dubbi esistenziali. L’Estonia mantiene da sempre la coscrizione; la Lettonia l’ha rimessa in piedi nel 2023 e vuole includere anche le donne; la Lituania arruola gli uomini fino ai 23 anni. La Finlandia ha la sua leva universale e soprattutto una riserva enorme, il vero mattone su cui poggia la sua sicurezza. Nessuna filosofia: questi Paesi la guerra la vedono dalla finestra.
Dall’altra parte del continente, Parigi recita la parte della potenza militare moderna ma, sotto sotto, soffre della stessa crisi di fiducia degli altri. Macron ha riesumato il Servizio Nazionale Universale, che non è proprio una leva ma somiglia tanto a un tentativo di rimettere i giovani in caserma senza dirlo troppo esplicitamente. Dieci mesi di fase militare opzionale, 50 mila volontari l’anno dal 2030: più che una riforma, un compromesso a metà tra nostalgia e propaganda repubblicana.
Nel Regno Unito, che ha professionalizzato le forze armate da oltre sessant’anni, l’idea di un ritorno alla leva è tramontata da subito. Si era parlato di un “National Service”, ma il governo l’ha rimesso nel cassetto, preferendo aumentare la spesa e insistere sul reclutamento volontario. Gli inglesi la coscrizione l’hanno messa nel museo, e lì vogliono lasciarla.
Infine la Polonia, il Paese più nervoso d’Europa, che tra ibridi politici e ambizioni militari ha reintrodotto una leva selettiva dal 2022. L’obbligo di registrazione arriva fino ai sessant’anni, un segnale eloquente di quanto Varsavia tema di diventare la prossima trincea. Entro il 2027 vuole una riserva di 200 mila persone: numeri che raccontano paure più che strategie.
Alla fine l’Europa va in ordine sparso e si rifugia nella leva perché manca un’altra cosa: una politica di difesa credibile, comune e soprattutto coerente. Si chiede ai giovani di “difendere la patria”, mentre gli adulti non riescono nemmeno a definire quale sia, oggi, questa patria europea.















