di Giuseppe Gagliano –
L’Unione Europea continua a dividersi sulla possibilità di aprire un dialogo diretto con la Russia, mentre la guerra in Ucraina entra in una fase sempre più logorante e gli Stati Uniti portano avanti autonomamente i propri contatti diplomatici con Mosca e Kiev. Il confronto tra i ministri degli Esteri europei evidenzia infatti la difficoltà di Bruxelles nel definire una strategia comune sul futuro della sicurezza continentale.
Da una parte, i Paesi baltici e nordici insistono sulla necessità di mantenere alta la pressione sulla Russia attraverso nuove sanzioni, isolamento diplomatico e sostegno militare all’Ucraina. Dall’altra, cresce tra alcuni governi europei la convinzione che il conflitto non possa essere gestito esclusivamente sul piano militare e che l’Europa debba recuperare un ruolo diplomatico autonomo.
Il dibattito si è intensificato dopo l’apertura di canali negoziali diretti da parte dell’amministrazione americana guidata da Donald Trump. Washington ha infatti avviato propri contatti con Mosca senza attendere una posizione condivisa europea, alimentando il timore che il futuro equilibrio di sicurezza del continente possa essere deciso principalmente fuori da Bruxelles.
In questo contesto, il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha ricordato che l’Unione Europea non è formalmente in guerra con la Russia e che, nonostante il sostegno a Kiev, restano necessari canali diplomatici aperti. Anche l’Austria sostiene la necessità di una presenza negoziale europea più strutturata.
La questione resta però altamente divisiva. L’ipotesi di individuare figure di mediazione condivise ha già incontrato forti resistenze. Il nome dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, considerato troppo vicino a Mosca per il suo passato nei progetti energetici russi, è stato rapidamente respinto da diversi governi europei.
Sul piano economico, la guerra continua a produrre conseguenze profonde per l’Europa. Le sanzioni contro Mosca hanno ridotto la dipendenza energetica dal gas russo, ma hanno anche aumentato i costi energetici e le pressioni sull’industria europea. La Russia, nel frattempo, ha rafforzato i rapporti commerciali con Cina, India, Iran e altri Paesi del Sud globale, evitando il collasso economico previsto nelle prime fasi del conflitto.
Dal punto di vista militare, la guerra resta una competizione di logoramento. L’Ucraina continua a dipendere dal sostegno occidentale per armi, finanziamenti e difesa aerea, mentre la Russia mantiene capacità industriali e risorse strategiche che consentono di sostenere il conflitto nel lungo periodo.
In questo scenario, il negoziato viene considerato da alcuni governi europei non come una concessione a Mosca, ma come il tentativo di evitare una guerra permanente alle frontiere dell’Unione. Tuttavia Bruxelles non ha ancora definito obiettivi comuni chiari: cessate il fuoco, compromesso territoriale, nuove garanzie di sicurezza o ricostruzione di un sistema di equilibrio continentale.
Anche l’Ucraina sostiene formalmente una maggiore presenza europea nei colloqui diplomatici, pur insistendo sul fatto che il ruolo dell’Unione debba restare complementare e non alternativo a quello americano.
La crisi mette così in evidenza una contraddizione sempre più evidente: l’Europa vuole rafforzare la propria autonomia strategica, ma continua a dipendere dagli Stati Uniti sul piano militare e diplomatico. Mentre Washington tratta direttamente con Mosca secondo le proprie priorità globali, Bruxelles fatica ancora a definire una linea comune sul futuro dei rapporti con la Russia e sull’assetto di sicurezza del continente dopo la guerra.




