di Giuseppe Gagliano –
L’Unione Europea apre un nuovo fronte con la Cina nel tentativo di difendere la propria sovranità industriale, trasformando il “Made in Europe” in uno strumento strategico. La proposta di Bruxelles di favorire i prodotti europei negli appalti pubblici e negli investimenti chiave ha provocato la reazione immediata di Pechino, che la considera una misura discriminatoria e minaccia contromisure.
Il confronto va oltre dazi e singoli settori: riguarda il controllo delle filiere produttive e tecnologiche. Dopo decenni di apertura alla globalizzazione, l’Europa cerca di correggere le proprie vulnerabilità, emerse con la crescente dipendenza da industrie e tecnologie cinesi, in comparti cruciali come batterie, veicoli elettrici e pannelli solari.
Al centro della strategia europea c’è il principio di reciprocità: accesso agli appalti pubblici solo ai Paesi che garantiscono condizioni analoghe alle imprese europee. Una svolta significativa per Bruxelles, che per anni ha privilegiato il libero mercato senza condizioni. La Cina si dice disponibile al dialogo ma respinge l’idea che la reciprocità diventi una barriera commerciale mascherata, denunciando possibili doppi standard.
Le implicazioni economiche sono rilevanti. Le aziende europee potrebbero beneficiare di una minore concorrenza cinese, ma il rischio è un aumento dei costi e possibili ritorsioni. La Francia spinge per una linea più protezionista, mentre la Germania teme le conseguenze su export e catene di approvvigionamento, in particolare per il suo settore automobilistico fortemente legato al mercato cinese.
La questione assume anche una dimensione strategica. Controllare filiere industriali e materie prime significa garantire autonomia tecnologica e sicurezza. La guerra in Ucraina e la competizione globale hanno evidenziato quanto la capacità produttiva sia determinante quanto l’innovazione.
Sul piano geopolitico, la Cina punta a sfruttare le divisioni interne all’Unione, trattando con i singoli Stati membri per indebolire una posizione comune. L’Europa resta infatti divisa tra approcci più interventisti e timori di isolamento commerciale.
Il mercato europeo, tra i più grandi al mondo, diventa così una leva negoziale. Bruxelles cerca di utilizzarlo per trattenere valore, tecnologia e occupazione, introducendo condizioni più stringenti per investimenti e accesso alle gare pubbliche. Tuttavia, le profonde dipendenze industriali dalla Cina rendono la transizione complessa e rischiosa.
L’Europa si trova davanti a un bivio: passare da un’apertura senza condizioni a una strategia negoziata che difenda i propri interessi industriali senza scivolare nell’autarchia. La reazione cinese segnala quanto questa scelta sia cruciale. La credibilità dell’Unione dipenderà ora dalla capacità di sostenere concretamente questa svolta e trasformare le dichiarazioni di sovranità in politiche efficaci.












