
di Giuseppe Gagliano –
L’Unione Europea continua a proclamare la necessità di recidere ogni dipendenza energetica dalla Russia, ma la realtà, come spesso accade, si incarica di demolire le dichiarazioni solenni. L’aumento delle importazioni di GNL dal progetto russo Yamal nel primo trimestre dell’anno non è soltanto un dato commerciale: è la prova concreta che la strategia energetica europea resta fragile, esposta e profondamente contraddittoria. Bruxelles promette il divieto totale dal 2027, ma intanto compra. E compra di più proprio nel momento in cui la crisi mediorientale riduce i margini di manovra.
Il nodo è semplice e brutale. Quando le forniture del Qatar si indeboliscono a causa dei danni alle infrastrutture regionali e del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz, il mercato europeo non trova alternative immediate davvero equivalenti. Così torna a rivolgersi a Mosca. Non per scelta ideologica, ma per necessità materiale. È il ritorno del reale dentro una costruzione politica che aveva immaginato di poter sostituire la geografia con le sanzioni e la volontà politica con la disponibilità fisica delle risorse.
Lo Stretto di Hormuz è uno di quei luoghi in cui la geopolitica smette di essere teoria e diventa comando sui flussi vitali. Da lì passa una quota decisiva del commercio globale di gas naturale liquefatto. Quando quello stretto si blocca o viene militarmente condizionato, non si interrompe soltanto una rotta: si altera l’equilibrio energetico mondiale. Europa e Asia, che dipendono in misura significativa da quei flussi, si ritrovano immediatamente esposte a scarsità, rincari, incertezza logistica e competizione sui carichi disponibili.
Qui sta il punto geoeconomico decisivo. L’Europa ha costruito negli ultimi anni una narrativa centrata sull’emancipazione energetica dalla Russia, ma non ha costruito una vera architettura di autonomia. Ha semplicemente redistribuito la dipendenza, spostandola verso altre aree instabili e verso catene di approvvigionamento più vulnerabili alla crisi militare. Il Qatar, presentato come uno dei pilastri alternativi, si scopre ora ostaggio della stessa instabilità regionale che Bruxelles diceva di poter neutralizzare con la diversificazione.
Il risultato è un paradosso solo apparente. Mentre l’Europa dichiara di voler tagliare i flussi finanziari verso il Cremlino, versa miliardi per il GNL di Yamal. L’incremento delle importazioni non è soltanto una contraddizione morale o politica: è il segnale di una impotenza strutturale. Quando il mercato entra in tensione, gli acquirenti non comprano secondo principi astratti, ma dove trovano volumi disponibili. E la Russia, che dispone ancora di capacità esportativa e di sbocchi logistici efficienti verso il continente europeo, torna a occupare lo spazio che la politica avrebbe voluto chiudere.
Questo passaggio mette in luce un difetto strategico europeo. Le sanzioni funzionano solo se chi le impone dispone di alternative solide, abbondanti e stabili. Se invece l’alternativa si riduce o si blocca, il meccanismo si rovescia: non è più il sanzionato a piegarsi, ma è il sanzionatore a rientrare sul mercato del suo avversario. In questo senso, la crisi di Hormuz offre a Mosca un vantaggio inatteso ma formidabile. Il Cremlino non beneficia solo della propria resilienza energetica, ma anche dell’incapacità occidentale di costruire un sistema realmente indipendente.
Il dato strategico più importante è proprio questo: la Russia trae beneficio finanziario non soltanto dalla propria capacità di esportare, ma dal caos generato in Medio Oriente. La crisi regionale, colpendo Qatar e rotte marittime essenziali, riduce la concorrenza e spinge gli europei a comprare di più da Mosca. È una forma indiretta ma efficacissima di vantaggio geopolitico. Senza sparare un colpo in più sul fronte europeo, il Cremlino si ritrova a incassare nuovi introiti grazie al disordine di un’altra area strategica.
Per questo la questione non riguarda solo il gas. Riguarda il rapporto tra guerra, energia e potenza. In un sistema internazionale frantumato, ogni crisi regionale produce effetti a catena su mercati, alleanze e rapporti di forza. L’Europa, che ha affrontato la questione energetica soprattutto come tema normativo e morale, si trova invece dentro una guerra dei flussi, dei terminali, degli stretti marittimi, delle capacità di stoccaggio e delle relazioni di forza tra potenze.
Bruxelles continua a ripetere che il bando totale del 2027 non verrà rimesso in discussione. Ma il problema non è ciò che annuncia oggi. Il problema è ciò che fa nell’immediato. E nell’immediato l’Europa compra GNL russo in misura crescente, perché il sistema economico non può vivere di dichiarazioni. Può vivere solo di approvvigionamenti certi. Se le scorte restano basse, se i carichi qatarini si riducono, se il mercato globale si irrigidisce, il ritorno a Mosca non è una scelta politica libera: diventa una necessità imposta dalle circostanze.
La lezione è severa. L’autonomia energetica non si costruisce con gli slogan, ma con infrastrutture, riserve, raffinazione, fornitori affidabili e controllo delle rotte. Finché questi elementi non saranno davvero consolidati, l’Europa continuerà a oscillare tra il linguaggio della rottura e la pratica della dipendenza. E ogni nuova crisi internazionale mostrerà, come sta accadendo ora, che il vero vincitore non è chi proclama i divieti, ma chi conserva la capacità di vendere quando gli altri non hanno più alternative.











