Un groviglio di gasdotti diretti in Europa

di C. Alessandro Mauceri

É operativo il gasdotto Trans-Adriatico realizzato dal consorzio TAP (Trans Adriatic pipeline A.G.) che ha sede centrale a Baar, in Svizzera. Azionisti la Snam (al 20%), l’inglese BP (20%), l’azera SOCAR (20%), la belga FLUXYS (19%), la spagnola Enagàs (16%) e la svizzera Axpo (5%). Presentato come strategicamente ed economicamente importante per l’Europa dal momento che rappresenta un’offerta energetica alternativa al gas russo di Nordstream 2 di Gazprom, a pieno regime questo gasdotto dovrebbe trasportare almeno 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno all’Italia e un miliardo di metri cubi a Grecia e Bulgaria, partendo dal giacimento azero Shah Deniz II nel mar Caspio, lungo un percorso di 878 chilometri.
Il Tap non è l’unico progetto in fase di sviluppo. In cantiere c’è anche Baltic Pipeline, un gasdotto che partendo dalla piattaforma norvegese nel Mare del Nord raggiungerebbe la Polonia attraverso la Danimarca. E poi il Nabucco, il Blue Stream, il Gasdotto Igig Italia Grecia, il Galsi Pipeline project, il Green Stream e il Medgaz. A breve ci sarà anche il progetto di Igi Poseidon per la realizzazione di un altro gasdotto lungo 1.900 km dal Mediterraneo orientale alla Penisola Ellenica e di qui all’Italia.
Eppure, secondo la società di dati Artelys, l’Ue riceve già da Norvegia, Russia, Turchia, Asia centrale e Nord Africa quantità di gas naturale sufficienti a soddisfare la domanda presente, e anche quella futura, anche nel caso in cui dovesse verificarsi uno shock dell’offerta per un anno da parte di uno dei fornitori. Perchè questa corsa sfrenata a costruire gasdotti attraverso il Mar Mediterraneo? Peraltro il gas naturale non è affatto ecosostenibile, come da anni si cerca di far credere ai consumatori: la sua miscela di metano, butano, propano, etano, anidride carbonica e azoto se liberata nell’atmosfera prima di essere trattata può causare un effetto serra addirittura superiore all’anidride carbonica. Per questo il gas naturale, prima di essere impiegato come combustibile, deve essere trattato. Ciò nonostante se confrontato con gli altri combustibili fossili impiegati in mo-do massiccio nelle industrie o per i trasporti, il gas naturale è meno inquinante.
Secondo alcuni analisti i gasdotti che stanno invadendo il Mar Mediterraneo costituiscono un rischio per il clima, sono inutili per l’Europa e pericolosi per la pace nell’area. A confermarlo è rapporto della Global Witness basato su due punti focali: l’impatto che gasdotti come EastMed hanno sul clima, pari alle emissioni annuali sommate di Francia, Italia e Spagna!, e il fatto che non è realmente necessario, nel rapporto si legge che “Oggi l’Ue ha abbastanza gas per soddisfare la domanda esistente. E l’Ue prevede che la domanda dovrebbe presto diminuire rapidamente se vuole combattere con successo il cambiamento climatico, diminuendo del 90% entro il 2050. I paesi dell’Ue non hanno bisogno di gas dal Mediterraneo orientale”.
A questo si aggiunge che, secondo le associazioni ambientaliste, la crescita dell’utilizzo di gas naturale e gli effetti climalteranti rendono impossibile contenere entro 1,5°C il surriscaldamento del pianeta entro il 2030, come richiesto dall’IPCC.
Eppure le stime prevedono che entro il 2040 il gas naturale diventerà la seconda risorsa energetica immediatamente dopo le rinnovabili, e che la sua domanda è destinata a crescere di oltre il 40% nel prossimo ventennio. Il punto è che diversamente da quanto sbandierato in Tv da alcune multinazionali “verdi” del petrolio, le fonti rinnovabili non riescono ancora a soddisfare la domanda di energia. È necessario pertanto trovare una alternativa. Ciò significa, in attesa che la transizione energetica possa dirsi davvero completata, ricorrere al gas naturale. Ma non per questo è corretto in-serirlo tra le risorse sostenibili, incentivandone l’utilizzo per grazie ai cosiddetti “investimenti ver-di”. Il Green Deal europeo, parte essenziale dell’agenda politica della nuova Commissione europea, ha promesso di rendere l’Europa il primo continente climaticamente neutro, ovvero a zero emissioni di CO2. Eppure sono molti i modi in cui l’Ue sostiene e promuove l’utilizzo del gas naturale. A cominciare proprio dalle infrastrutture, attraverso “progetti di interesse comune” (PIC) che, in quanto tali, godono di vantaggi significativi non solo in termini di procedure accelerate e inarrestabili, ma anche di aiuti economici. In totale per le infrastrutture del gas proposte nei PIC del-l’UE sono previsti 45 miliardi di euro, in gran parte per la realizzazione di nuovi gasdotti e terminali per l’importazione di gas naturale liquefatto.
Aiuti che renderanno l’Europa dipendente dai combustibili fossili più a lungo di quanto si immagina. Non sorprende la decisione di cambiare l’impegno di ridurre le emissioni entro il 2030 con la pro-messa di azzerarle del tutto ma non prima del 2050. Una decisione che ha poco di ambientalista ed è spiegabile solo con la necessità di consentire alle multinazionali di ammortizzare il costo di impianti come quelli appena completati nel Mar Mediterraneo. Anche, come ha dimostrato l’ultimo rapporto dell’IPCC, col rischio di un “vincolo economico e istituzionale in infrastrutture ad alta intensità di carbonio, vale a dire il continuo investimento e l’uso di tecnologie ad alta intensità di carbonio che sono difficili o costose da eliminare gradualmente una volta implementate”.
É questo che sono gasdotti come il TAP e gli atri gasdotti sul fondo del Mar Mediterraneo: un groviglio di tubazioni pericolose (nessuno ha detto cosa succederebbe se una di queste dovesse scoppiare) e potenzialmente inutili che costringeranno i cittadini europei ad utilizzare fonti energetiche “naturali” ma inquinanti e tutt’altro che rinnovabili.